di grufo il 4 ott 2007, 23:03
tanto per gradire ho trovato questo articolo.. si capiscono molte cose, purtroppo: business as usual
Con tutto il rispetto per manifestazioni, magliette rosse e fiaccolate, il nodo delle pressioni sulla giunta militare birmana passa per l’economia. Un dato di senso comune, sottolineato con particolare vigore da chi meglio di tutti conosce il terreno, e cioè il partito del premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione democratica.
«Le sanzioni economiche - ha Detto il portavoce del partito - non servono a nulla se non prevedono il blocco totale degli investimenti stranieri nel Paese». Blocco che finora, malgrado molte solenni affermazioni, non c’è stato. Francia, Gran Bretagna, India, Russia e sopratutto Cina (ma anche l’Italia) continuano a fare affari con Than Shwe e soci. Pechino è il tramite ineludibile, su cui «l’Occidente, Stati Uniti ed Europa, debbono fare pressione, perché la giunta militare dipende politicamente ed economicamente dalla Cina. Pressioni che nessuno, fin qui, sembra avere la minima intenzione di esercitare.
La denuncia della Cisl
Ma anche nel cortile di casa la situazione è ambigua. Come ha denunciato la Cisl, durante un convegno tenutosi a Padova. Sono ben 355 le aziende italiane che intrattengono rapporti di import-export con Yangon o Rangoon che dir si voglia. Il sindacato ne ha diffuso un elenco completo, chiedendo loro di non «macchiarsi le mani di sangue». Nell’elenco fornito dalla Cisl figurano, tra le altre, Oviesse, Auchan, Bulgari, Arean Italia, Fincantieri-Cantieri Navali Italiani, Bailo, Gruppo Pam, Ferrrai F.lli Lunelli, Gariglio Confezioni, San Patrignano società cooperativa sociale tecnica, Vegas Sopa, Diesel, Tacchini Group, Bellotti, Van Cleef & Arpels Logistic, Asics Italia. Italtessile, Conte of Florence, Metro Servizi Logistici, Daniele Officine Meccaniche, Avio Difesa Spazio, Danieli officine meccaniche, Safe, Siad macchine impianti, Pedrollo, Electrosys, Berco trattori. Sono invece i dati dell’Istat e del Fondo Monetario a informarci che l’interscambio commerciale tra Italia e Birmania nel 2006 è stato pari a 43 milioni di euro su circa 300 milioni riferibili all’intera Unione europea.
L'export ufficiale e ufficioso
Le fonti ufficiali quantificano l’export in 13 milioni di euro e le importazioni a quota 30 milioni di euro. Numeri che, secondo la Cisl, sarebbero da moltiplicare almeno per tre: l’import sarebbe pari a 59.592.916 di euro e l’export a 60.500.000. Da notare che contro il regime di Myanmar vige fin dal 1988 l’embargo dell’Unione europea, sia pur in assenza di qualsiasi mezzo per farlo rispettare Per quanto riguarda il settore turismo, Cisl ricorda i principali tour operator che lavorano in Birmania: Francorosso, Viaggidea, Viaggi del Mappamondo, Rallo luxury travel, Sentieri di nuove esperienze, Gastaldi, Columbia turismo, Hotelplan, Viaggi dell’elefante, El dimensione turismo, Il Tucano viaggi, Mistral e Settemari. Il sindacato sottolinea che le agenzie Astoi e Fiavet hanno già annunciato la sospensione di tutti i viaggi in Birmania, mentre Albatross Yacting Vacanze e Dodotravel hanno scritto alla ambasciata della Birmania per informare di aver sospeso tutta la programmazione dei viaggi in Birmania a causa della violenta repressione contro i manifestanti antigovernativi. La Cisl conclude chiedendo quale sia il ruolo della Saipem Asia in Birmania, alla luce degli accordi siglati con la Gail India e con Oil and Natural Gas Corporation Limited per attività nel mar della Thailandia.
Gli interessi della Thailandia
Thailandia che è poi è il principale acquirente del gas naturale della Birmania e la sua fonte primaria di riserve di moneta straniera. Tanto che il governo di Bangkok sta valutando con estrema cautela l’ipotesi di adottare sanzioni contro la giunta militare birmana dopo la repressione militare: Cina e India sono ansiose di rimpiazzarla e gli affari, si sa, sono affari. Ma quanto influisce il gas naturale sulla sopravvivenza del regime? Parecchio. Stando ai dati della Banca di sviluppo asiatica, riportati da Asiatimes, le esportazioni di gas garantiscono alla giunta militare birmana circa un terzo delle entrate ufficiali per le esportazioni. Dalla Thailandia la giunta intasca ogni mese circa 160 milioni di dollari. Oggi, Bangkok importa il gas naturale estratto dal giacimento di Yadana, gestito dalla francese Total con l’americana Chevron, e da quello di Yetagun, al largo del mar delle Andamane. Di fatto la Birmania copre oggi il 25% della richiesta totale di gas della Thailandia e che in più,sta trattando diversi progetti per la produzione di energia idroelettrica. Così se Bangkok dovesse adottare sanzioni economiche contro la giunta, Cina e India, che non a caso non hanno speso una parola di condanna, sono già pronte. Da tempo sono in competizione per garantirsi le forniture di gas dei giacimenti gestiti da aziende sudcoreane al largo della Birmania.
La Cina in campo
Pechino è già riuscita a garantirsi l’approvazione da parte della giunta di un piano per la costruzione di un gasdotto che trasporti il gas fino alla zona sud-occidentale della Cina e ha anche avviato i negoziati per un altro gasdotto capace di far arrivare in Birmania il gas estratto in Medio Oriente e in Africa. Da parte sua, Nuova Delhi ha proposto un piano altrettanto ambizioso per la costruzione di una conduttura che attraversi il Bangladesh e trasporti il gas nella zona orientale del Paese. La Birmania è uno dei Paesi più poveri del mondo, anche se ricco di gas, uranio e pietre preziose, la cui commercializzazione non ha subito i contraccolpi delle proteste in corso.
Rubini rosso sangue
Per tacere dei rubini, altra pregiatissima risorsa birmana. Nei giorni scorsi, al salone dei gioielli di Hong Kong, hanno venduto benissimo come al solito e nessuno ha associato il loro peculiare e intenso color rosso al sangue versato dai dimostranti. Per tacere dei metodi d iestrazione in una Paese che ricorre di routine ai lavori forzati perv risparmiare sui costi e mantenere la pace sociale. Unica possibile conseguenza, un ulteriore aumento di prezzo, se la situazione non dovesse stabilizzarsi. A sentirne l’effetto sarebbe ancora la Thailandia, diventato da alcuni anni il primo mercato mondiale di pietre preziose, dove la Birmania esporta ufficialmente o illegalmente le sue pietre migliori. Del resto, non di sola Thailandia si parla dal momento che, oltre la metà dei rubini commercializzati nel mondo vengono estratti in Birmania. Per la cronaca, Il prezzo di un rubino, assicurano gli esperti, soprattutto se il suo peso è superiore ai tre carati, supera spesso quello di un diamante di grande qualità. E onore a chi, nel 2006, in occasione di una prestigiosa asta da Christie’s, se ne è comprato uno per la modica somma di 2,6 milioni di euro. Ma oltre al mercato dei rubini, controllato al 50% dalla giunta e per il restante dal contrabbando, c’è quello della giada imperiale. E qui rientrano in ballo i cinesi, che ne sono grandi estimatori. Ma si affacciano anche gli Usa che hanno sì da alcuni anni deciso un sulle pietre che provengono dalla Birmania, ma poi si concedono qualche eccezione. Solo Tiffany, pare lo rispetta al 100%. Fino a prova contraria.
Qualcuno si può ancora stupire se ci si limita a «deplorare»?
l'articolo è tratto dal giornale "La Stampa"
Dedicherò a te ogni secondo della mia vita... c'è solo un piccolo problema: "trovarti!"