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Ancora scontri in Birmania: nove morti, appelli dal mondo

Riflessioni Su Temi Di Attualità

Messaggiodi arvalin il 28 set 2007, 13:23

A Rangoon, la città birmana da giorni teatro delle proteste di piazza dei monaci buddisti, è stata un’altra giornata di violenti scontri. I bilanci ufficiali riferiscono di nove morti, 11 feriti tra i manifestanti e 31 agenti del governo contusi. Tra le vittime c’è anche un reporter giapponese, Kenji Nagai, 50 anni, collaboratore dell’agenzia stampa giapponese APF. Nagai è rimasto ucciso sotto il fuoco dei militari del sanguinoso regime di Than Shwe. Con lui sarebbe morto un altro giornalista, ma la notizia non è stata confermata nè si hanno precise indicazioni sulla sua nazionalità.

Proprio l’assenza di notizie precise, l’incertezza che accompagna gli eventi di queste ultime ore testimoniano la grave repressione in corso: la Bbc online riferisce di siti internet oscurati, di messaggi che campeggiano sulla tv di stato in cui i media straniera vengono definiti «distruttivi»; e sono sempre di meno le foto e i filmati girati con i telefonini che giungono in Occidente e che ritraggono le proteste di questi giorni. Segnale che la stretta della giunta militare sta progressivamente aumentando.

Sul fronte diplomatico, mentre si susseguono le dimostrazioni di solidarietà nei confronti del popolo birmano (ieri a Roma manifestazione di solidarietà in Campidoglio) restano però le profonde divisioni interne alle istituzioni internazionali con Russia e Cina, entrambi membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu, contrari a infliggere sanzioni contro il governo del Myanmar (Birmania). La Cina si è tuttavia unita agli altri paesi Onu nell’appello alla moderazione rivolto alla giunta militare.

Ieri i Rappresentanti permanenti degli Stati membri della Ue (Coreper), riuniti a Bruxelles, hanno deciso di rafforzare il sistema di sanzioni già in vigore, decidendo di mandare al contempo un segnale di solidarietà ai cittadini della Birmania. Parole forti sono giunte anche dal presidente americano Bush che ha invitato «i paesi che possono influenzare il regime affinché si uniscano a noi nel dare sostegno alle aspirazioni del popolo birmano. E intanto il ministero del Tesoro statunitense ha annunciato sanzioni economiche nei confronti di 14 alti membri del governo di Myanmar.

Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema e il segretario di Stato di Washington Condoleezza Rice hanno trovato »piena intesa« sulla crisi in Birmania nel vertice bilaterale a porte chiuse che si è svolto al Palazzo di Vetro di New York. I capi delle due diplomazie condividono la »gravissima preoccupazione« e la convinzione che la comunità internazionale debba rimanere »focalizzata su questo punto e faccia pressioni per risolvere la situazione, che resta molto seria.

Contrarietà, infine, a quanto sta accadendo in Birmania è stata espressa anche dai paesi dell’Asean (Associazione dei paesi del sud est asiatico) i cui rappresentanti si sono incontrati a New York a margine dei lavori dell’Assemblea generale dell’Onu.


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Messaggiodi arvalin il 29 set 2007, 11:29

Birmania, si estende la controffensiva

«I monaci hanno fatto il loro lavoro. Adesso bisogna proseguire con il movimento», ha detto uno dei giovani leader studenteschi da Yangon. «Questo è un movimento non violento», ha gridato mentre i dimostranti tentavano di avanzare verso la pagoda di Sule, uno dei punti focali della protesta contro la giunta militare birmana. I monaci sono assediati. Il regime ha intensificato la repressione contro i sacerdoti buddhisti con arresti e pestaggi, Così l’iniziativa -come nell’88- è stata rilevata dagli studenti. Ma proprio la repressione contro i monaci avrebbe creato, stando a quanto riferisce «Mizzima», il sito internet dell’opposizione birmana in esilio, una spaccatura tra il capo della giunta militare, Than Shwe, e il suo vice, generale Maung Aye, che è contrario all’uso della forza contro i religiosi. Dopo Yangon le forze di sicurezza birmane hanno esteso la controffensiva anche a Mandalay, la seconda città del Paese, dove hanno caricato i dimostranti e sparato colpi di avvertimento.

Giovani in sella a motociclette sono transitati lungo la strada principale del centro per dirigere verso un posto di blocco: stando a quanto riferito da testimoni, i militari hanno sparato salve di proiettili di gomma, mentre altri soldati si sarebbero rifiutati di aprire il fuoco. Secondo l’ambasciatore d’Australia in Birmania, Bob Davis, il bilancio degli scontri di ieri è molto più grave dei nove morti ammessi dal regime, stando a informazioni raccolte dai suoi collaboratori. Il regime birmano utilizza un sistema preciso per barare sul conteggio delle vittime della repressione. Secondo il cooperante italiano residente a Yangon che da giorni riporta all’Agi notizie dal terreno. «I morti sono molto più numerosi di quanto non riferiscano le agenzie governative e riportino i giornali», ha scritto via mail. «Il numero dei morti», ha spiegato, «viene tenuto basso con un metodo molto semplice: si impone ai familiari di firmare, sotto minaccia delle armi, certificati di morte che recano cause naturali o incidenti stradali». Secondo quanto riferito da ’Mizzinà, unità dell’Esercito regolare stanno dirigendo verso Yangon dalle regioni centrali e sudorientali.

La Radio Londra di Yangon è olandese
Tre ore al giorno di notizie in inglese che infrangono il blocco ai mezzi di informazione contrari alla propaganda del regime del Myanmar. È olandese e si chiama «Wereldomroep» la Radio Londra di Yangon. E proprio come la Bbc fece con il suo programma destinato alle popolazioni dell’Europa continentale negli anni della Seconda guerra mondiale, così l’emittente olandese riesce a far passare «notizie indipendenti» attraverso la cortina della censura. Wim Jansen, vice caporedattore di Radio ’Wereldomroep’, ha spiegato che è grazie alla trasmissione su onde corte che riescono a raggiungere Yangon senza essere intercettati. Questo sistema, che prevede uno spettro di frequenza tra i 3 e i 30 megahertz, permette con poca potenza di effettuare collegamenti a lunghissima distanza. «Le nostre frequenze, trasmesse da Irkutsk, in Siberia, non subiscono interferenze - ha spiegato - e per tre ore al giorno offriamo un’alternativa alla propaganda della giunta. Internet può non funzionare, ma con la trasmissione su onde corte possiamo tracciare un varco nella stretta contro l’informazione».

L'appello di Bush
Attraverso la moglie Laura, il presidente americano George Bush ha rivolto un appello alla Cina affinché condanni il ricorso alla violenza contro i civili da parte della giunta militare al potere in Birmania. «Il presidente Bush - si legge in un comunicato della ’first lady’ diffuso nella notte - si appella a tutti i Paesi, in particolare a quelli che sono più vicini alla Birmania e che esercitano la maggiore influenza sul regime, affinché sostengano le aspirazioni dei birmani e si uniscano alla condanna del ricorso alla violenza contro il proprio popolo da parte della giunta».

Ripristinato Internet ma solo per siti interni
Dopo circa 24 ore di black-out, nel Myanmar è stato ripristinato l’accesso a Internet, che ieri era stato bloccato con ogni probabilità per ordine della giunta al potere, onde chiudere l’unica finestra attraverso la quale il resto del mondo poteva conoscere almeno in parte, mediante foto, video e informazioni, che cosa stia accadendo nell’ex Birmania. In giornata gli utenti sono dunque potuti tornare a navigare in rete, anche se non a 360 gradi: è infatti possibile collegarsi soltanto con i siti collocati su indirizzi nazionali, non con quelli stranieri; in compenso, la posta elettronica sembra funzionare pienamente, e pertanto i messaggi e-mail possono essere inviati anche all’estero. Mai forse come nella tragedia birmana la cosiddetta rivoluzione di Internet ha davvero tenuto fede alle premesse: diciannove anni fa, all’epoca della precedente sollevazione popolare contro la giunta, gli oppositori non disponevano di ritrvati tecnologici per aggirare le pastoie di regime e far sentire la propria voce.
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Messaggiodi grufo il 2 ott 2007, 18:13

La Birmania è una delle nazioni più povere al mondo, perché nella storia recente ci sono stati ristagno economico, cattiva gestione e isolamento. Il prodotto interno lordo della Birmania cresce annualmente soltanto del 2.9% (il ritmo più basso della regione).
se ci fossero state ricchezze come il petrolio o altro quanto ci avrebbero messo i nostri governati occidentali a sventolare la bandiera dei diritti umani e a mandare truppe? invece chissenefrega... che schifo di mondo... ah, però abbiamo messo i nastri rossi di solidarietà al braccio dei calciatori.... :roll:
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Messaggiodi arvalin il 2 ott 2007, 19:29

Sai a quanto può servire quel nastro rosso al braccio? Nulla.
Sai cosa ne viene in tasca dei nostri governati a mandare aiuti? Nulla
Allora lasciamo che la guerra civile incomba sui poveri monaci che, ammazzati a sangue freddo dall'esercito, volevano pacificamente protestare contro un regime dittatoriale a cui non frega nulla del popolo.
E continuiamo a girarci dall'altra parte e a non fare nulla, tanto a noi la cosa non tocca vero?
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Messaggiodi grufo il 4 ott 2007, 23:03

tanto per gradire ho trovato questo articolo.. si capiscono molte cose, purtroppo: business as usual


Con tutto il rispetto per manifestazioni, magliette rosse e fiaccolate, il nodo delle pressioni sulla giunta militare birmana passa per l’economia. Un dato di senso comune, sottolineato con particolare vigore da chi meglio di tutti conosce il terreno, e cioè il partito del premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione democratica.

«Le sanzioni economiche - ha Detto il portavoce del partito - non servono a nulla se non prevedono il blocco totale degli investimenti stranieri nel Paese». Blocco che finora, malgrado molte solenni affermazioni, non c’è stato. Francia, Gran Bretagna, India, Russia e sopratutto Cina (ma anche l’Italia) continuano a fare affari con Than Shwe e soci. Pechino è il tramite ineludibile, su cui «l’Occidente, Stati Uniti ed Europa, debbono fare pressione, perché la giunta militare dipende politicamente ed economicamente dalla Cina. Pressioni che nessuno, fin qui, sembra avere la minima intenzione di esercitare.

La denuncia della Cisl

Ma anche nel cortile di casa la situazione è ambigua. Come ha denunciato la Cisl, durante un convegno tenutosi a Padova. Sono ben 355 le aziende italiane che intrattengono rapporti di import-export con Yangon o Rangoon che dir si voglia. Il sindacato ne ha diffuso un elenco completo, chiedendo loro di non «macchiarsi le mani di sangue». Nell’elenco fornito dalla Cisl figurano, tra le altre, Oviesse, Auchan, Bulgari, Arean Italia, Fincantieri-Cantieri Navali Italiani, Bailo, Gruppo Pam, Ferrrai F.lli Lunelli, Gariglio Confezioni, San Patrignano società cooperativa sociale tecnica, Vegas Sopa, Diesel, Tacchini Group, Bellotti, Van Cleef & Arpels Logistic, Asics Italia. Italtessile, Conte of Florence, Metro Servizi Logistici, Daniele Officine Meccaniche, Avio Difesa Spazio, Danieli officine meccaniche, Safe, Siad macchine impianti, Pedrollo, Electrosys, Berco trattori. Sono invece i dati dell’Istat e del Fondo Monetario a informarci che l’interscambio commerciale tra Italia e Birmania nel 2006 è stato pari a 43 milioni di euro su circa 300 milioni riferibili all’intera Unione europea.

L'export ufficiale e ufficioso

Le fonti ufficiali quantificano l’export in 13 milioni di euro e le importazioni a quota 30 milioni di euro. Numeri che, secondo la Cisl, sarebbero da moltiplicare almeno per tre: l’import sarebbe pari a 59.592.916 di euro e l’export a 60.500.000. Da notare che contro il regime di Myanmar vige fin dal 1988 l’embargo dell’Unione europea, sia pur in assenza di qualsiasi mezzo per farlo rispettare Per quanto riguarda il settore turismo, Cisl ricorda i principali tour operator che lavorano in Birmania: Francorosso, Viaggidea, Viaggi del Mappamondo, Rallo luxury travel, Sentieri di nuove esperienze, Gastaldi, Columbia turismo, Hotelplan, Viaggi dell’elefante, El dimensione turismo, Il Tucano viaggi, Mistral e Settemari. Il sindacato sottolinea che le agenzie Astoi e Fiavet hanno già annunciato la sospensione di tutti i viaggi in Birmania, mentre Albatross Yacting Vacanze e Dodotravel hanno scritto alla ambasciata della Birmania per informare di aver sospeso tutta la programmazione dei viaggi in Birmania a causa della violenta repressione contro i manifestanti antigovernativi. La Cisl conclude chiedendo quale sia il ruolo della Saipem Asia in Birmania, alla luce degli accordi siglati con la Gail India e con Oil and Natural Gas Corporation Limited per attività nel mar della Thailandia.

Gli interessi della Thailandia

Thailandia che è poi è il principale acquirente del gas naturale della Birmania e la sua fonte primaria di riserve di moneta straniera. Tanto che il governo di Bangkok sta valutando con estrema cautela l’ipotesi di adottare sanzioni contro la giunta militare birmana dopo la repressione militare: Cina e India sono ansiose di rimpiazzarla e gli affari, si sa, sono affari. Ma quanto influisce il gas naturale sulla sopravvivenza del regime? Parecchio. Stando ai dati della Banca di sviluppo asiatica, riportati da Asiatimes, le esportazioni di gas garantiscono alla giunta militare birmana circa un terzo delle entrate ufficiali per le esportazioni. Dalla Thailandia la giunta intasca ogni mese circa 160 milioni di dollari. Oggi, Bangkok importa il gas naturale estratto dal giacimento di Yadana, gestito dalla francese Total con l’americana Chevron, e da quello di Yetagun, al largo del mar delle Andamane. Di fatto la Birmania copre oggi il 25% della richiesta totale di gas della Thailandia e che in più,sta trattando diversi progetti per la produzione di energia idroelettrica. Così se Bangkok dovesse adottare sanzioni economiche contro la giunta, Cina e India, che non a caso non hanno speso una parola di condanna, sono già pronte. Da tempo sono in competizione per garantirsi le forniture di gas dei giacimenti gestiti da aziende sudcoreane al largo della Birmania.

La Cina in campo

Pechino è già riuscita a garantirsi l’approvazione da parte della giunta di un piano per la costruzione di un gasdotto che trasporti il gas fino alla zona sud-occidentale della Cina e ha anche avviato i negoziati per un altro gasdotto capace di far arrivare in Birmania il gas estratto in Medio Oriente e in Africa. Da parte sua, Nuova Delhi ha proposto un piano altrettanto ambizioso per la costruzione di una conduttura che attraversi il Bangladesh e trasporti il gas nella zona orientale del Paese. La Birmania è uno dei Paesi più poveri del mondo, anche se ricco di gas, uranio e pietre preziose, la cui commercializzazione non ha subito i contraccolpi delle proteste in corso.

Rubini rosso sangue

Per tacere dei rubini, altra pregiatissima risorsa birmana. Nei giorni scorsi, al salone dei gioielli di Hong Kong, hanno venduto benissimo come al solito e nessuno ha associato il loro peculiare e intenso color rosso al sangue versato dai dimostranti. Per tacere dei metodi d iestrazione in una Paese che ricorre di routine ai lavori forzati perv risparmiare sui costi e mantenere la pace sociale. Unica possibile conseguenza, un ulteriore aumento di prezzo, se la situazione non dovesse stabilizzarsi. A sentirne l’effetto sarebbe ancora la Thailandia, diventato da alcuni anni il primo mercato mondiale di pietre preziose, dove la Birmania esporta ufficialmente o illegalmente le sue pietre migliori. Del resto, non di sola Thailandia si parla dal momento che, oltre la metà dei rubini commercializzati nel mondo vengono estratti in Birmania. Per la cronaca, Il prezzo di un rubino, assicurano gli esperti, soprattutto se il suo peso è superiore ai tre carati, supera spesso quello di un diamante di grande qualità. E onore a chi, nel 2006, in occasione di una prestigiosa asta da Christie’s, se ne è comprato uno per la modica somma di 2,6 milioni di euro. Ma oltre al mercato dei rubini, controllato al 50% dalla giunta e per il restante dal contrabbando, c’è quello della giada imperiale. E qui rientrano in ballo i cinesi, che ne sono grandi estimatori. Ma si affacciano anche gli Usa che hanno sì da alcuni anni deciso un sulle pietre che provengono dalla Birmania, ma poi si concedono qualche eccezione. Solo Tiffany, pare lo rispetta al 100%. Fino a prova contraria.
Qualcuno si può ancora stupire se ci si limita a «deplorare»?

l'articolo è tratto dal giornale "La Stampa"
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Messaggiodi arvalin il 5 ott 2007, 12:25

Davvero non ho più parole, dovremmo solamente vergognarci.
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Messaggiodi grufo il 6 ott 2007, 19:31

meglio che niente.... :roll: :roll:


24 ORE PER LA BIRMANIA

MTV partecipa alla Giornata di Mobilitazione Globale

Oltre 20mila contatti e 4mila mail sono state mandate al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite attraverso Mtv.it. (visita il profilo No Excuse).
Ora, a dieci giorni dalla messa in onda e on line dello spot per sottoscrivere Burma Campaign, Mtv Italia rafforza la propria posizione a sostegno della Birmania e si unisce alla Giornata di Mobilitazione Globale indetta sabato 6 ottobre.

Per tutta la giornata di sabato 6 ottobre lo spot per la Burma Campaign verrà trasmesso su tutto il network musicale di Mtv che comprende, oltre al canale terrestre Mtv Italia, i canali satellitari Mtv Hits, Mtv Brand:New, Mtv Pulse, Mtv Gold e Vh1.

Alle ore 20.00 su Mtv Italia verrà riproposto lo Speciale Birmania, (prima messa in onda domenica 30 settembre), che racconta cosa sta accadendo nel paese asiatico, le atrocità del regime militare e la lotta per la libertà di Aung San Suu Kyi e del popolo birmano.
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Messaggiodi arvalin il 8 ott 2007, 11:30

Purtroppo anche questo servirà a poco, fin quando il regime dittatoriale tapperà la bocca a chi ha il coraggio di protestare e di sperare per un futuro migliore.
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Messaggiodi arvalin il 8 ott 2007, 12:51

Birmania, non si ferma la repressione: 78 nuovi arresti


Nonostante le condanne internazionali e gli appelli per la fine delle violenze, la giunta militare birmana prosegue imperterrita nella repressione: il giornale «Nuova luce del Myanmar», organo di propaganda del regime del dittatore Than Shwe, annuncia l'arresto di 78 persone, definite «complici» dei manifestanti. Il giornale non precisa se si tratti di civili o religiosi e riferisce che sette di loro sono stati rilasciati dopo essere stati interrogati dalle forze di sicurezza. Ma i media governativi parlano di armi e munizioni sequestrare durante alcuni raid nei monasteri e intimano ai religiosi di «obbedire alle leggi dle governo e di Dio».

Le menzogne del regime

Secondo le cifre ufficiali fornite dalle autorità dell’ex Birmania, dal 28 settembre scorso sono state arrestate 2.700 persone, tra cui 573 monaci, 1.600 delle quali già rilasciate, mentre le vittime della repressione sarebbero dieci. Ben diverse le cifre fornite da fonti occidentali e dai gruppi antigovernativi, che parlano di oltre seimila persone arrestate e di centinaia di morti. Secondo la Bbc sarebbero addirittura 10 mila le persone, tra cui molti bonzi, fermate dall'esercito e rinchiuse in carcere.

Per i monaci umiliazioni e torture

Dal Paese arrivano anche drammatiche testimonianze di umiliazioni e torture. Prelevati con un sotterfugio da un monastero, rinchiusi per sei giorni in un capannone surriscaldato, privati d’acqua e di cibo, picchiati dai militari perchè rivelassero i nomi dei leader della rivolta. Così un giovane monaco buddista ha raccontato oggi alla France Presse l’esperienza da incubo da lui vissuta assieme ad un migliaio di altri bonzi.

Morti cremati in segreto

Che il numero di vittime sia molto più alto di quello ufficiale lo conferma un reportage del Sunday Times, citando una serie di testimonianze rese a diplomatici e volontari internazionali. Un numero imprecisato di cadaveri sarebbe stato cremato in un forno gestito dall’esercito birmano alle porte della ex capitale Rangoon.


Diplomazie al lavoro

Di certo la tensione resta molto alta e il ritiro della maggior parte dei soldati e degli agenti delle forze anti-sommossa che nelle ultime due settimane avevano presidiato le strade della vecchia capitale e delle altre principali città, e la rimozione delle ultime barriere di sicurezza montate nei giorni delle manifestazioni di piazza allo scopo di sbarrare il passo ai cortei, appaiono più un segno della fiducia nel mantenimento della presa sul potere nutrita dai generali che un gesto di apertura nei confronti dell’opposizione.
Prosegue intanto l'opera diplomatica internazionale per cercare di aprire un dialogo con le forze democratiche che chiedono libertà per la Birmania. Oggi anche la Malesia ha invitato la giunta militare ad azzerare le condizioni poste per incontrare la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi. Tra queste resta, però, la richiesta di porre fine agli appelli alle sanzioni internazionali. Il ministro degli Esteri di Kuala Lumpur, Syed Hamid, ha spiegato che una mossa in tal senso è necessaria per evitare che la pressione sulla Birmania aumenti. Insieme ai paesi dell’Aean (Associazione dei paesi del sud est asiatico) la Malesia si oppone infatti a nuove sanzioni.

L'Onu diviso

La questione continua a dividere il Consiglio di sicurezza Onu, con Russia e Cina, entrambi membri permanenti dunque con diritto di veto, contrari a infliggere restrizioni economiche al Paese asiatico; opzione caldeggiata invece da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Domani a Palazzo di Vetro sarà un’altra giornata di trattative con la discussione della bozza di risoluzione preparata da Washington, Londra e Parigi, dopo l’intervento dell’inviato Onu in Birmania, Ibrahim Gambari, che esprime una dura condanna della giunta militare birmana. L’obiettivo è strappare il consenso di Pechino, principale partner commerciale della Birmania.

La solidarietà della marcia di Assisi

Non si ferma, in attesa di un accordo quasi impossibile, la mobilitazione della società civile: ieri manifestazioni di protesta contro la repressione del governo del Myanmar si sono svolte in circa 30 città del mondo, negli Stati Uniti, in Asia e in Europa. In Italia oggi molti partecipanti alla marcia per la pace Perugia-Assisi hanno sfilato con fasce rosse intorno al braccio in un gesto di solidarietà verso il popolo birmano.
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Messaggiodi the21st il 8 ott 2007, 16:51

Essì, non se ne frega nessuno di quel popolo. I Palestina quasi quasi vengono mandati negoziatori ogni giorno, da tutto il mondo, e di politici ne arrivano a migliaia quasi; in Myanmar invece c'hanno mandato quel funzionario dell'Onu giusto per fare il dovere... :?
L'Universo, la Terra, l'Europa, l'Italia, il Sud Italia, la Puglia, il Tavoliere delle Puglie.
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Messaggiodi grufo il 8 ott 2007, 21:41

era ora....

D'Alema: Birmania, via alle sanzioni

Il ministro degli Esteri: «Da lunedì
15 in vigore i provvedimenti Ue»

ROMA
L’Unione europea sta mettendo a punto una serie di «misure efficaci» per indurre la giunta militare birmana a porre fine alla repressione e convincerla al dialogo con l’opposizione. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, nel corso di una conferenza stampa ad Hanoi, in Vietnam. Il titolare della Farnesina ha spiegato che le misure saranno adottate lunedì prossimo, alla riunione dei ministri egli Esteri dei Ventisette a Lussemburgo.

Con i vertici istituzionali vietnamiti, D’Alema ha affrontato, tra gli altri, il tema della situazione a Rangoon: «Abbiamo avuto uno scambio di opinioni e il governo vietnamita condivide la posizione espressa dall’Asean perchè si sviluppi un dialogo» tra i generali e l’opposizione.

Il capo della Farnesina, che il 10 partirà alla volta di New Delhi, chiederà all’India di far pressione sul vicino birmano perchè si «mettano in movimento tutti gli strumenti» in vista della democratizzazione di quel paese. D’Alema ha detto che «non si esclude una seconda missione di Gambari», l’inviato dell’Onu in Birmania che ha messo a punto un rapporto sulla situazione nel Paese asiatico.

Quanto alle sanzioni dell’Unione europea, D’Alema ha aggiunto, riferendosi alla riunione di lunedì prossimo a Lussemburgo del Cagre: «si sta preparando un pacchetto di misure efficaci, i ministri degli Esteri le adotteranno».
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Messaggiodi grufo il 21 ott 2007, 11:13

Birmania, revocato coprifuoco a Rangoon. Fonte Gb: campi di rieducazione per monaci


Il regime birmano ha revocato oggi il coprifuoco imposto a Rangoon in settembre durante la protesta di piazza, duramente repressa dai militari. Lo ha reso noto un alto funzionario che ha chiesto di rimanere anonimo. "Il coprifuoco è finito. Il provvedimento è effettivo da oggi", ha dichiarato la fonte alla France Presse. La giunta militare aveva instaurato il coprifuoco a Rangoon il 26 settembre, dopo una settimana di manifestazioni anti-regime. La protesta è stata soffocata nel sangue: almeno 13 persone sono rimaste uccise. Circa 3.000 sono state arrestate.

"Terra di prigionia", retate, campi di rieducazione alla Pol Pot
La Birmania è una "terra di prigionia", dove migliaia di attivisti per i diritti umani vengono arrestati in raid notturni, sottoposti in gran segreto a processo e spediti nei campi di "nuova vita", che ricordano i "centri di rieducazione" creati da Pol Pot in Cambogia.

La notizia filtra da una fonte diplomatica britannica sotto anonimato, citata dell'Independent, la giunta militare birmana cerca di offrire l'immagine di un Paese normale, ma "abusi molto gravi" avvengono dietro le quinte.

"Vengono eseguite grandi retate nella notte - racconta il diplomatico - vengono radunate centinaia di persone. Ci sono pesanti misure di sicurezza nelle aree della città da dove arrivano molti dissidenti. Circa 100 attivisti sono stati processati a porte chiuse questa settimana a Mandalay, mentre un altro migliaio sono stati portati davanti alle corti speciali a Rangoon".

Le cifre rese note dal regime parlano di 3.000 arresti effettuati durante le manifestazioni di protesta dello scorso mese di settembre, di cui 500 sarebbero tuttora sotto custodia. Ma la fonte britannica afferma che le persone ancora in carcere sarebbero invece 2.500.

Il regime parla anche di 10 morti durante le proteste, mentre il diplomatico sostiene che i morti sono "molti multipli" di 10. Numerosi i monaci scomparsi dopo le proteste di settembre: alcuni sono stati duramente malmenati durante la detenzione, mentre di altri non se ne sa più nulla.

Molti monaci sarebbero stati condotti nei campi di "nuova vita" e sottoposti a gravi abusi. Stando ai primi racconti sulle condizioni di vita in queste strutture, i monaci vengono chiusi in stanze con le pareti ricoperte di escrementi e sprovviste di bagno, sono ripetutamente picchiati, immersi in acqua gelida,
lasciati senza cibo e sottoposti a interrogatori in cui sono costretti a togliersi la tunica.

Il funzionario britannico ritiene improbabile che possano ripetersi le proteste di massa di settembre, anche se non mancano episodi di rivolta contro forze dell'ordine: "La popolazione è traumatizzata e adesso pensa a leccarsi le ferite, ma è determinata a dare prova della sua resistenza".
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Messaggiodi arvalin il 25 ott 2007, 15:23

Myanmar: Amnesty International chiede il rilascio di Daw Aung San Suu Kyi, al 12° anno di arresti domiciliari, e di tutti gli altri prigionieri di coscienza

Nel giorno in cui le Nazioni Unite celebrano il loro 62° anniversario, Daw Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia, è entrata nel suo 12° anno di arresti domiciliari.

In questa occasione, Amnesty International ha nuovamente chiesto al governo di Myanmar di rilasciare immediatamente le migliaia di persone arrestate per aver preso parte alle più recenti manifestazioni pacifiche, così come tutti i prigionieri di coscienza in carcere da anni, tra cui la stessa Daw Aung San Suu Kyi.

“La premio Nobel per la pace è il simbolo della resistenza politica di Myanmar: il suo rilascio rappresenterebbe un importante segnale positivo” – ha dichiarato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International. “La comunità internazionale deve continuare a fare pressioni sulle autorità di Myanmar affinché producano azioni concrete e risultati tangibili, come il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza. Questo provvedimento sarebbe un elemento di valutazione cruciale per stabilire quanto la giunta militare sia seria quando afferma di voler collaborare con le Nazioni Unite”.

Le detenzioni in carceri segrete, le numerosissime denunce di maltrattamenti e torture, le condanne emesse al termine di processi farsa celebrati all’interno delle prigioni hanno finora reso ridicole le promesse di collaborazione con l’Onu. Lo stesso Consiglio di sicurezza ha sollecitato il governo di Myanmar a rilasciare tutti i prigionieri politici.

“Il miglioramento della situazione dei diritti umani non può attendere la conclusione di una fase di negoziato politico. Le autorità di Myanmar devono rilasciare immediatamente tutti i prigionieri di coscienza, consentire l’ingresso nelle carceri a osservatori indipendenti e cessare di emettere condanne nei confronti di chi ha soltanto preso parte a manifestazioni pacifiche” – ha aggiunto Khan.

Le violazioni dei diritti umani a Myanmar erano massicce e sistematiche già prima della repressione delle manifestazioni di agosto e settembre. Amnesty International denuncia da anni la prolungata detenzione, in condizioni deplorevoli, di oltre 1150 prigionieri politici, i continui arresti di figure di primo piano dell’opposizione, le esecuzioni extragiudiziali, l’amplissimo uso della tortura, la repressione della libertà d’espressione, il ricorso ai lavori forzati e l’impiego dei bambini e delle bambine soldato. Le operazioni militari nell’est dello Stato di Kayin (Karen) hanno compreso attacchi contro la popolazione civile che costituiscono violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani, tali da configurarsi come crimini contro l’umanità. L’accesso di osservatori indipendenti e di organizzazioni internazionali per i diritti umani continua a essere vietato in molte parti del paese.


http://www.amnesty.it/appelli/firmamode ... r_16.10.07

Se volete firmare l'appello.
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Messaggiodi arvalin il 25 ott 2007, 15:39

La leader dell'opposizione a colloquio con il ministro del Lavoro, nominato di recente.

Il leader dell’opposizione birmana, Aung San Suu Kyi, ha lasciato la sua residenza di Rangoon per colloqui con un rappresentante della giunta militare al potere, sulla scia delle pressioni sul regime e della nuova missione nel Paese dell’emissario delle Nazioni Unite.

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, «ha lasciato la sua casa alle 14 locali (le 9 italiane). Deve incontrare il ministro del Lavoro in una residenza ufficiale», ha indicato una fonte dall’ex Birmania. Il ministro del Lavoro, Aung Kyi, è stato nominato l’8 ottobre dalla giunta militare birmana allo scopo di mantenere «relazioni» con il leader filodemocratico.

Il premio Nobel per la pace, privata della libertà per dodici degli ultimi diciotto anni e che presiede la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), aveva lasciato l’ultima volta la sua residenza il 2 ottobre per incontrare a Rangoon l’inviato Onu Ibrahim Gambari. L’emissario, che dovrebbe tornare nel Paese a inizio novembre, aveva sollecitato che la giunta designasse un responsabile per mantenere contatti con l’opposizione.

Il leader della giunta, il generale Than Shwe, aveva incaricato l’8 ottobre Aung Kyi «di proseguire nel futuro i rapporti con Daw Aung San Suu Kyi». Alcuni giorni prima, Than Shwe aveva fatto un primo passo proponendo un colloquio con Suu Kyi, a condizione tuttavia che il leader filodemocratico abbandonasse la sua politica di «scontro» e di sostegno alla politica occidentale della «sanzioni».

Questa prima riunione odierna tra il leader dell’opposizione e un rappresentante della giunta arriva mentre la pressione internazionale sul regime militare birmano si sta intensificando. «In modo molto chiaro, (la giunta) tenta di mostrare che incontra Aung San Suu Kyi e che intrattiene con lei discussioni», ha spiegato un analista della situazione in Birmania che vive in Thailandia, «Il regime percepisce chiaramente le pressioni e ha bisogno di dare una risposta, ma alcune riunioni non saranno sufficienti, il regime deve mostrare un’attitudine molto chiara», ha aggiunto l’analista.

Rappresentanti della Lega nazionale per la democrazia hanno indicato di essere a conoscenza di questa incontro tra il loro leader e il governo. La riunione non è stata neppure confermata dai diplomatici stranieri. «È tempo che le discussioni (con la giunta) comincino», ha indicato un diplomatico straniero, sotto richiesta di anonimato, «Auspichiamo che si instauri un vero dialogo».

Gambari, attualmente in tour in sei Paesi asiatici per rafforzare la campagna mondiale a favore di una democratizzazione dell’ex Birmania, si recherà nuovamente nel Paese nella prima settimana di novembre. Oggi Gambari si è detto soddisfatto dei suoi incontri nella sua visita di due giorni in Cina e ha definito «molto buoni» i colloqui di ieri con il segretario di Stato cinese agli Affari esteri, He Yafei. Le autorità di Rangoon hanno represso nel sangue a fine settembre le manifestazioni di protesta contro il regime, che hanno provocato almeno tredici morti. In totale circa tremila persone sono state arrestate in questo periodo: di questo, almeno cento monaci restano in carcere.
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Messaggiodi arvalin il 31 ott 2007, 11:59

Questa mattina i monaci buddisti sono tornati in piazza in Birmania: è la prima volta che succede dopo la sanguinosa repressione di un mese fa. Secondo diverse testimonianze raccolte dalla Reuters, circa duecento bonzi hanno marciato nel centro della città di Pakkoku, nel centro del paese, pregando e cantando, ma senza scandire slogan politici. Pakokku, uno dei principali centri religiosi della Birmania, è la stessa città dove a lo scorso 5 settembre erano avvenute le prime proteste dei monaci, poi dilagate in tutto il paese.
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