Emergenza acqua

Riflessioni Su Temi Di Attualità

Messaggiodi arvalin il 19 mar 2007, 12:06

State pensando all'Africa, al deserto che avanza? No, siamo nell'Italia prossima ventura. Un paese a serio rischio sete, dice l'ultimo rapporto Onu

Le immagini sono tremende, e le cifre che le accompagnano sono ancora più dure. Per promuovere la Giornata Internazionale dell’Acqua, che le Nazioni Unite hanno istituito nel 1992 e si celebra il 22 marzo di ogni anno, si utilizzano fotografie e filmati di campi trasformati in deserti nel Sahel, di fiumi orrendamente inquinati in India o in Cina, di bambini che giocano tra i liquami negli slum di Nairobi o di Rio, di interminabili file davanti a una sola fontana in un villaggio o in un campo profughi africano. I numeri fanno ancora più impressione. Anche se le buone notizie esistono, il programma congiunto Oms/Unicef per la vigilanza sugli approvvigionamenti d’acqua ci ricorda che 1,1 miliardi di persone non hanno ancora accesso a risorse sufficienti di acqua potabile, e che 2,6 miliardi di esseri umani, il 40 per cento della popolazione del pianeta, non hanno accesso a un sistema di depurazione di base. Metà di questi «dannati dell’acqua» vivono in India e in Cina. Il clima cambia, ma il dramma dell’acqua dipende anche dall’uomo. Secondo il rapporto Oms/Unicef, diffuso in occasione del Forum Mondiale dell’Acqua del 2006, gran parte della colpa spetta «alle cattive pratiche di gestione, alla corruzione, all’inerzia burocratica, alla debolezza degli investimenti». Un cocktail che uccide. Nei Paesi in via di sviluppo il 90% dell’acqua di scarico viene riversata nei fiumi, facendo ammalare ogni anno 250 milioni di persone.

Se migliorassero l’accesso all’acqua potabile, i servizi di depurazione e l’igiene, i morti per malattie diarroiche e malaria diminuirebbero di 1,6 milioni all’anno. E il 90% di queste vittime sono bambini sotto i cinque anni di età. Dati così drammatici devono essere conosciuti, e i modi per darsi da fare non mancano. Le associazioni ambientaliste, in testa Wwf e Legambiente, diffondono rapporti, conducono adulti e ragazzi a pulire le sponde dei fiumi, insegnano come risparmiare acqua in casa. Le organizzazioni non governative italiane costruiscono pozzi e acquedotti sicuri, promuovono vaccinazioni di massa, si battono per un uso equo e solidale della risorsa acqua. Una di loro, l’Associazione italiana per il Contratto Mondiale dell’Acqua, si batte perché l’accesso a questa risorsa sia riconosciuto come uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Tanto impegno, però, contiene il germe di un errore. Guardando al Sahel, all’America Latina o a Calcutta si rischia di pensare che l’Italia, come il resto dell’Europa ricca, sia un’isola felice fatta di acqua pura, di sorgenti perenni, di salute. Non è così. Il dramma globale dell’acqua riguarda sempre più pesantemente anche noi. Darsi da fare in Africa è giusto, ma i problemi abbondano anche a casa nostra. Italia, Africa. L’Italia, almeno a prima vista, non dovrebbe avere problemi di approvvigionamento idrico. Un recente rapporto di Legambiente ricorda che la nostra disponibilità teorica annua è di 155 miliardi di metri cubi d’acqua, pari a 2.700 metri cubi per abitante.

La cattiva pianificazione del sistema e le perdite degli acquedotti fanno scendere la disponibilità effettiva a 920 metri cubi a testa. Come consumo d’acqua siamo terzi al mondo: meno spreconi degli statunitensi con i loro 2.150 metri cubi all’anno, infinitamente più ricchi dei cittadini del Niger che riescono a consumarne solo 45. Il primo problema è che l’acqua italiana non è distribuita equamente sul territorio. Le risorse idriche italiane sono per il 65% al Nord, per il 15% al Centro e per il 20% al Sud. Se nella Pianura Padana e nel Triveneto viene captato il 78% dell’acqua disponibile, lasciando un po’ di margine per gli sprechi, al Sud il prelievo raggiunge il 96%. È facile capire perché un terzo degli abitanti del Belpaese non abbia un accesso regolare e sufficiente all’acqua potabile. Il secondo problema è quello del trasporto. L’acqua non è facile da spostare come l’energia elettrica, ma a farla viaggiare su e giù per lo Stivale avevano iniziato gli ingegneri di Roma antica. Nel 1906 è stato inaugurato l’Acquedotto Pugliese, capolavoro degli ingegneri dell’Italia sabauda, che trasporta verso il Tavoliere e le Murge, quasi privi di sorgenti, le acque di Caposele, sull’Appennino campano. Anche oggi, con un secolo di vita alle spalle, l’Acquedotto Pugliese è tra i più estesi del mondo. A una rete di 15 mila chilometri affianca 154 impianti di depurazione, sei di potabilizzazione, 321 serbatoi di stoccaggio. Per mandarlo avanti occorrono 1.700 persone. Il problema è che gli acquedotti perdono.

«Città come Agrigento, che consumano più acqua pro capite di Ferrara e Bolzano, costringono ancora i loro cittadini alla sete», accusa un rapporto di Legambiente. Anche se non mancano gli acquedotti moderni, il 27% dell’acqua immessa in rete si disperde prima di arrivare ai rubinetti. I cittadini del Sud, secondo le stime di Federgasacqua, restano senz’acqua, in media, per 36,1 giorni all’anno. Il clima certamente non ci aiuta. Secondo i dati del Ministero delle Politiche Agricole le precipitazioni nell’intero Centro-sud sono scese del 15% in dieci anni. Tra il 2005 e il 2006 le piogge sono calate del 15,6% a Verona, del 23,8% a Novara, addirittura del 44,3% a Roma. I circa 800 ghiacciai italiani, preziosa riserva strategica d’acqua, hanno perso il 40 per cento della loro superficie tra il 1989 e il 2004, l’ultimo anno per cui esistono dati completi. Il ghiacciaio dei Forni, il più esteso delle Alpi italiane, è arretrato di due chilometri e mezzo. Quello del Calderone, unico dell’Appennino, si è ufficialmente trasformato in un nevaio.

Laghi non potabili. Uno sguardo all’utilizzo dell’acqua ci riporta a un’Italia che credevamo lontana. Vediamo noi stessi come un Paese urbanizzato e dominato dal terziario? Invece siamo ancora una nazione in larga parte agricola, dato che oltre il 70% dell’acqua captata, pari a oltre 20.000 milioni di metri cubi, viene utilizzato per irrigare 2,7 milioni di ettari di campi. Negli acquedotti vanno meno di 8.000 milioni di metri cubi. L’acqua utilizzata a scopi irrigui proviene in buona parte dai fiumi, e questo rimanda a due altri giganteschi problemi. Il primo è quello della cattiva gestione dei 230 fiumi e 56 laghi naturali che costituiscono l’ossatura del nostro sistema idrico. Mentre il Wwf denuncia l’uso sbagliato dei corsi d’acqua, a iniziare dal Po, trattati come canali artificiali e non come sistemi naturali, uno studio presentato nel 2006 da Legambiente e dal Corpo Forestale dello Stato rivela che il 21% dei nostri fiumi è inquinato. Nel Simeto, in Sicilia, l’80% dei prelievi segnala acqua inquinata. Seguono il Reno in Emilia (66%) e l’Arno con il 44%. La mancanza, l’insufficienza o il cattivo funzionamento dei depuratori fanno del Lambro in Lombardia, del Sacco nel Lazio e del Sarno in Campania degli autentici fiumi-fogna. La Goletta dei Laghi, attivata nella scorsa estate sull’esempio della Goletta Verde, ha segnalato acque «discrete» sul Lago Maggiore (ma con un fortissimo picco di inquinamento alla spiaggia comunale di Meina) e «preoccupanti» sul Lago di Como, con 11 casi di inquinamento (5 gravi) di fronte a 216 prelievi. Sul Garda le acque sono pulite in Veneto ma sporchissime a Limone, sulla sponda lombarda, e a Riva del Garda in Trentino. L’inquinamento dei fiumi e dei laghi non è solo colpa degli amministratori disattenti.

«Tra il 2003 e il 2005, con 117.000 controlli sul territorio e 67.836 su persone, il Corpo Forestale dello Stato ha scoperto e sanzionato 4.053 reati amministrativi e 991 penali», spiega Cesare Patrone, comandante del Corpo. Nell’elenco rientrano sversamenti abusivi, discariche illegali e abusivismo edilizio. Le cifre sono ancora più impressionanti se si considera che il Cfs non opera nelle cinque Regioni (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia) a statuto speciale. Neve artificiale, spreco assurdo. Due casi tipicamente italiani (ma non solo) sottolineano il nostro rapporto sbagliato con l’acqua. Il primo è il record mondiale (179 litri a testa all’anno) nell’uso di acqua minerale in bottiglia al posto di quella che esce dal rubinetto di casa. Mentre il Wwf ricorda che i limiti di concentrazione ammessi per sostanze nocive come l’arsenico sono molto più severi per l’acqua del rubinetto che per la minerale, l’associazione Adiconsum ricorda che, nei controlli più recenti, 87 aziende imbottigliatrici su 98 sono risultate non in regola. L’abuso di acqua minerale non pesa solo sulle nostre tasche, ma in qualche caso anche sulla nostra salute. Ne risentono l’economia nazionale e l’ambiente a causa dei miliardi di bottiglie di plastica che è necessario smaltire ogni anno e dell’inquinamento prodotto dai 280.000 viaggi effettuati ogni anno dai camion che trasportano acqua delle sorgenti alpine verso sud e acqua di sorgenti meridionali in Padania. L’altro spreco denunciato dal mondo ambientalista è quello dell’acqua utilizzata per produrre la neve artificiale, mai così massiccio come in questo inverno particolarmente asciutto.

Certo, questi impianti hanno salvato la stagione turistica sulle Alpi, ma il costo per l’ambiente è stato enorme. «Per innevare i 23.800 ettari di piste dotate di “cannoni” occorrono dai 52 ai 95 milioni di litri d’acqua, pari al consumo annuo di un milione di italiani», spiega un rapporto del Wwf. «La neve artificiale è più pesante di quella naturale, non lascia respirare il terreno, distrugge la biodiversità», aggiunge Augusto De Sanctis, biologo dell’associazione del Panda. Desertificato un terzo della Sicilia. Sprecare acqua può essere criminale nel Sahara, ma non è una buona idea nemmeno da noi. La desertificazione, il progressivo inaridimento del suolo, è arrivata nelle nostre case con le immagini dell’Etiopia, del Sahel, di altre aree al margine dei grandi deserti del pianeta. Ma lo stesso processo esiste da tempo anche in Italia. Secondo uno studio dell’Enea, la desertificazione interessa già 16.100 chilometri quadrati, pari al 5,35% del territorio nazionale. Stanno diventando irrimediabilmente aride porzioni di cinque regioni (il 36,6% della Sicilia, il 18,9% della Puglia) e di tredici province italiane. Secondo l’Unione Europea l’inaridimento, considerando anche i casi meno gravi, riguarda il 27% dell’Italia, il 60% della Puglia e il 47% della Sicilia. Le statistiche parlano di «aree aride, sub-aride e sub-umide secche». Significa che il Sahara sta arrivando da noi.


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Messaggiodi Cyrano il 21 mar 2007, 14:35

molto interessante forse dovremmo fermarci qualche secondo a pensare a tutto questo che mi sembra importante come cosa...
vola alto vola veloce meriti tutto il meglio che questa vita possa offrirti e io da qui ti guarderò volare perchè non posso più andare via...
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