Puvis spiega la sua idea, d'accordo, ma non la dipinge. È un greco mentre io sono un selvaggio, un lupo senza collare nella foresta». Così Paul Gauguin segna una linea di demarcazione tra la sé e il collega Puvis de Chavannes. Che poi è la stessa che divide l'Ottocento dal nuovo secolo perché, sebbene Gauguin muoia nel 1903, il suo mondo pittorico anticipa decisamente le esperienze del Novecento. Si ritiene un selvaggio e per tutta la vita va a caccia di elementi autentici e primitivi che possano servire a dare aria alla sua arte e a quietare la sua anima. Li cerca in Bretagna, in Martinica, a Tahiti, nelle Isole Marchesi. Gauguin è l'artista che se ne va, che lascia la civiltà per trovare l'incontaminato, lo spirito della natura, la libertà (parola che ricorre spesso nei suoi scritti). È soprattutto questo modo di affrontare una non precoce vocazione ad averne fatto una leggenda: le sue fanciulle tahitiane, espressione di sensualità esotica, sono diventate icone del mito dell'evasione, di un Eden da ritrovare attraversando oceani. Era nato a Parigi nel 1848, ma la madre si era trasferita in Perù l'anno successivo. Tornato in Francia, si era sposato, aveva avuto cinque figli e faceva l'agente di borsa: una vita borghese interrotta bruscamente negli anni Ottanta quando decide di dedicarsi completamente alla pittura con la complicità dell’amico Pissarro.
Questa mostra, curata da Stephen F. Eisenman, raccoglie quasi 150 opere e prende il via proprio dalle sue prime prove pittoriche di quando si diletta e niente di più. C'è la moglie distesa su un sofà, ci sono paesaggi alla Corot, un pollaio. La trasformazione da «pittore della domenica» in uno dei protagonisti dell'arte di tutti i tempi in fondo è rapida. Già nella Fattoria La Groue del 1883 e nei paesaggi di qualche anno dopo, si vede come l'Impressionismo sia stato assorbito e stia già un po' stretto a questo lupo senza collare che vuole abitare un mondo in cui «vivere significa cantare e amare». Meglio se in uno stato di «primitività e selvatichezza». Condizione essenziale per questo è lasciare Parigi. A Pont'Aven dove soggiorna nel 1886 e nel 1888 in compagnia di un gruppo di artisti che ne fanno una specie di loro sacerdote, dipinge donne in costumi tradizionali, nature morte (qui ce n'è una bellissima, infuocata di rosso, la Fete Gloanec) paesaggi e giovani nudi nella campagna. Come i Ragazzi bretoni esposti in questa occasione che, insieme ad una scatola intagliata nel 1884, mostrano come l'artista, nonostante strapazzasse Degas nella corrispondenza con Pisarro, sia debitore di certe sue torsioni, tagli e modelli. Sono questi gli anni in cui Gauguin definisce il suo stile, la sua sintesi di colore e forma che nasce dalla semplificazione di quest'ultima. Recupera il contorno che gli impressionisti avevano abbandonato: la sua linea arabescata, volutamente decorativa, deriva dalle vetrate medioevali. Il suo colore è arbitrario, non corrisponde alla realtà ma alla memoria di questa perché «bisogna sognare di fronte alla natura». Le ombre sono bandite. Con decisione la pittura di Gauguin diventa piatta, la pennellata è ampia, tranne nel breve periodo del 1888 quando convive ad Arles con Van Gogh. Se Gauguin era alla ricerca del paradiso perduto in cui muoversi liberamente assecondando soltanto le proprie inclinazioni e i propri desideri, l'olandese inseguiva disperatamente un'idea di fratellanza, di condivisione. Non erano fatti per legare.
Dell'anno successivo al contatto tra i due, terminato tragicamente con Van Gogh che si taglia l'orecchio, ci sono lcuni quadri di grande suggestione come La vita e la morte e Buongiorno Monsieur Gauguin, in cui l'artista si ritrae come fosse una roccia, quasi a mostrare la forza delle sue convinzioni formali. Ed è interessante anche tutta la parte che l'esposizione dedica ai suoi compagni di avventura bretone: tutti, da Emile Bernard a Paul Sérusier e Armand Seguin, rifanno Gauguin. Che è già un caposcuola quando, sempre poverissimo ma tenace e determinato, parte per Tahiti e poi per le isole Marchesi. Qui nascono i suoi dipinti più celebri: il circolo di donne della Conversazione, la capanna dei Maiali neri, lo sguardo severo dell'Autoritratto con tavolozza, il paesaggio giallo del Mese di Maria, l'Uomo col mantello, a metà tra santo e guerriero, sono ancora una volta il tentativo di riconquistare una perduta età dell'oro che, in Gauguin, si confonde con l'infanzia. Mentre l'alcol e la sifilide ne minano il corpo e lo spirito, l'ostinata ricerca dell'Eden finisce nel 1903 in una capanna di Hiva Oa. E lo stesso anno Parigi inaugura il Salon d'Automne con una sua retrospettiva.



