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Messaggio15 apr 2008, 12:24 
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Se fai il nome di Pierre Auguste Renoir pensi subito all'Impressionismo, alla pittura «en plein air», al brulicare di vita della Parigi nella seconda metà dell'Ottocento tra caffè concerto, rive della Senna e sale da ballo.

In realtà Renoir non è questo. O meglio non solo. La sua partecipazione al movimento risale agli anni tra il 1873 e il 1877. Dopo di che eccolo cambiare, cercare, oscillare tra nuovo e tradizione, a volte serenamente, altre con difficoltà, quasi con frustrazione. La svolta dalla pennelata sfaldata e densa di luce della pittura impressionista alla ricerca di una solidità quasi classica, avviene intorno al 1880 quando sente «di non saper più disegnare né dipingere». Complice del cambiamento un viaggio in Italia compiuto l'anno successivo. Qui recupera il disegno e una manualità che considera elemento essenziale del suo essere artista, rivendicando con orgoglio gli esordi come decoratore di porcellane.

Al periodo che va dall'81 alla morte avvenuta nel 1919 all'età di 79 anni, è dedicata questa mostra curata da Kathleen Adler (catalogo Skira) che raccoglie circa 130 tra dipinti, disegni e sculture. Un Renoir meno conosciuto di quello del Moulin de la Galette o del Ritratto di Ambroise Vollard, ma legato a quelle esperienze dal bisogno di dipingere un mondo dal quale è bandita la sofferenza, il dolore, la fatica. Si dice che Renoir non abbia mai dipinto un brutto quadro. Non è così, naturalmente. Però non ha mai permesso che la bruttezza entrasse nelle sue opere, ha cercato di tenercela lontana. Tutto doveva essere armonioso. Sognava la felicità dei Greci, così perfetta che questi «immaginavano che gli dei, per trovare il paradiso e l'amore scendessero in terra». E voleva dipingerla.

Quando arriva nel nostro Paese ha la folgorazione della pittura del passato. Ecco tornare la linea di contorno che i suoi compagni di strada Monet, Sisley, Pissarro avevano abbandonato con convinzione. Eppure a guardare bene opere come la Fanciulla con il cesto di pesce o quella con il cesto di arance, certi nudi femminili giganteschi immersi nel paesaggio come Dopo il bagno o La bagnante che si asciuga il braccio destro, nella carne investita dal sole sembra che Renoir guardi più Ingres, Rubens o un vecchio amore come Courbet, che Raffaello o Tiziano. L'Italia non c'è, proprio come l'impressionismo. Il pittore insegue un suo sogno senza tempo, senza luogo, senza storia. I visi delle sue modelle, per esempio, hanno tutte la stessa espressione. Sembra che sia sempre la medesima faccia: occhi un po' allungati, bocca carnosa, naso piccolo. Più ninfe che figure di un mondo reale, anche quando prendono il tè, siedono al piano oppure suonano il tamburello.

Per capire la differenza con gli altri componenti del gruppo impressionista, basta confrontare Il cappello appuntato di Renoir con le donne con i cappelli di Degas. Per il primo indossare un copricapo è un gesto pieno di grazia e anche di affettazione, per l'altro il profilo di una donna che lo porta somiglia ha qualcosa di animalesco e nessun elemento di attrazione. I due, nello sguardo sulla donna, sono davvero agli antipodi: laddove Renoir rincorre la femminilità nel suo lato più sensuale e appagante, Degas cerca di coglierla in fallo, ne inquadra le pose più goffe e sgraziate. Insomma, uno si incanta e idealizza e l'altro patisce e forse, in fondo, odia.

«Il problema con l'Italia è che è troppo bella. Perché preoccuparsi di dipingere quando si ricava un tale piacere semplicemente guardandosi intorno?». Questo afferma l'artista durante il suo viaggio sulle tracce degli antichi maestri. Eccolo, tuttavia, di fronte al golfo di Napoli inquadrare il Vesuvio in un'opera del 1881: la luce del Sud rinvigorisce la pennellata impressionista che invece nelle figure andava cercando un ordine, una disciplina. Quando torna dall'Italia ha gli occhi pieni di quadri e la consapevolezza che «gli italiani non hanno alcun merito nel fare della grande pittura. Non hanno che da guardarsi intorno. Le strade italiane sono piene di dei pagani e di figure della Bibbia. Ogni donna che allatta un bambino è una Vergine di Raffaello». Raggiunge Cézanne a l'Estaque nel 1882 e anche il maestro di Aix en Provence lo aiuta a ridare solidità alla sua pittura. In mostra c'è una veduta di La Roche-Guyon che rivela una comunione di intenti tra i due. Però il nostro è soprattutto pittore di figure, la natura è lo sfondo in cui queste si adagiano felici. Ed è sempre amica, non tira vento, non fa mai freddo. Se la terra non è il paradiso degli dei, si può sempre fare finta che lo sia. Renoir almeno ci prova. E qualche volta ci riesce.




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