Naomi Campbell vestita Versace che nel giardino di Boboli avanza sul palcoscenico, punta una pistola e spara nel vuoto poche settimane prima dell’omicidio del famoso stilista. Jorge Donn che danza il Boléro sul tetto di un grattacielo nel finale del film di Lelouch Les uns et les autres. Ancora Donn con Suzanne Farrell, protagonisti di Romeo e Giulietta in chiave pacifista «fate l’amore non fate la guerra», sempre a Boboli. Una folla da concerto rock in piazza San Marco a Venezia che segue le evoluzioni della sua compagnia multietnica nella Nona Sinfonia di Beehthoven. A quanti altri eventi spettacolari e mediatici sono legate le imprese coreografiche di Maurice Béjart?
Ci lascia a 80 anni, compiuti il primo gennaio, il coreografo più conosciuto del secondo Novecento; l’uomo che per primo ha portato la danza nei Palasport, negli stadi, nelle piazze. Che ha fatto di un’arte effimera e aristocratica un fenomeno di massa. Che in oltre 50 anni di attività ha frequentato Wagner e l’Islam, Nietzsche e Mishima, Goethe e Federico II, la Germania e il Mediterraneo, Mozart e i Queen, Versace e Luigi XIV, Pasolini e Fellini. Realizzando un affresco artistico spesso contrastante, una geografia che spazia per il mondo intero, dedicando balletti alle più disparate parti e culture del globo. Pur passando buona parte della sua esistenza a Bruxelles e a Losanna: A force de partir je suis resté chez moi, recita del resto il titolo di un suo balletto. Se ne va lasciando in eredità alla sua compagnia l’ultimo balletto, praticamente terminato, Il giro del mondo in 80 minuti che andrà in scena dal 20 al 30 dicembre prossimi a Losanna. Perché «the show must go on».
Un percorso umano e artistico, il suo, che prende le mosse dalla giovinezza marsigliese accanto al padre, il filosofo Gaston Berger (perde la madre giovanissimo) e passa attraverso i tempi della guerra e della Resistenza. Ha un padre perdutamente innamorato della filosofia tedesca che gli trasmetterà questa profonda passione. E poi il primo grande successo nel 1955, il lavoro che lo rivela come danzatore e coreografo: Symphonie pour un homme seul. La guerra è terminata da un decennio, Parigi riprende in mano il suo destino di capitale mondiale della danza. La cesura della guerra aveva fatto dimenticare tutti gli sperimentalismi avanguardistici degli anni Venti, l’esperienza dell’espressionismo tedesco incominciava appena ad arrivare attraverso il lavoro di Birgit Cullberg, la grande stagione della modern dance americana in Europa era ancora sconosciuta. C’era, tuttavia, un’ansia di rinnovamento artistico e Béjart arriva al momento giusto: sapientemente innerva la base classica, con cui è cresciuto, di suggestioni nuove, cooptando musicisti contemporanei, affrontando temi attuali come l’alienazione, appunto in Symphonie pour un homme seul. Fonda una gestualità che diventa stile; con un pizzico di furberia, un grande entusiasmo, temi forti e una compagnia «all stars» conquista il grande pubblico ed entra a buon diritto nei territori della cultura pop.
Tre anni dopo il clamoroso debutto a Parigi verrà, per l’Expo di Bruxelles, La sagra della primavera rivista come un rito tribale che celebra il trionfo dell’amore e della continua rinascita della vita. Un exploit che gli fa guadagnare la residenza, per oltre trent’anni, al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles e la nascita del mitico «Ballet du XX siècle». Poi, a valanga, verranno tutti gli altri titoli famosi, e sull’onda della contestazione sessantottina nascono balletti mitici come Boléro, la Messe pour le temps présent, L’uccello di fuoco in chiave guevarista, Dionisos, Notre Faust, Golestan, Kabuki. Il catalogo è sterminato. I grandi teatri lo vogliono, dalla Scala (che oggi lo piange) all’Opéra di Parigi. E non basta, la sua ribollente creatività lo porta a scrivere memorie e romanzi, ad allestire spettacoli di prosa e opere, a mettersi alla prova con la macchina da presa. O con la direzione artistica di Festival, come succede per Torinodanza dove convoca amici come Baryshnikov e Sylvie Guillem. Per non parlare dell’attività didattica con le scuole Mudra a Bruxelles e Rudra a Losanna. Arriva nel 1987 il divorzio con Bruxelles, dove Gérard Mortier, direttore della Monnaie, gli preferisce l’americano Mark Morris.
Trasferitosi a Losanna che lo accoglie generosamente, Béjart continua a creare, licenziare balletti, forgiare stelle. Certo, negli ultimi anni la genialità si era comprensibilmente un po’ appannata. Ma è certo è che con Balanchine, Martha Graham e Roland Petit, Pina Bausch e William Forsythe, è lui una delle colonne fondanti della danza del secondo ‘900.


