Cè chi elogia la bugia come se fosse una forma di sopravvivenza.
Ad es. Umberto Galimberti in un articolo su "La Repubblica" disse:
"
Forse la bugia è decisamente più utile alla vita di quanto non lo sia la verità. E in ogni caso non c'è dubbio che chi sa mentire ha capacità cognitive decisamente più ampie di chi sa dire solo la verità".
Ovviamente aderire a questa tesi per me sarebbe come confessare di avere limitatissime capacità cognitive. Infatti appartengo a quella categoria di persone che non sa mentire e che quando prova a farlo glielo si legge in fronte o lancia inequivocabili segnali spia

.
E questo perchè oltre a non avere niente da nascondere, provo ripuganza nei confronti delle piccole e grandi bugie che mi si vengono dette, tanto da condizionare profondamente il giudizio delle persone che le raccontano. E quando scopro da segnali esteriori, dall'imbarazzo o dall'espressione del volto che quella che mi si vuole fare passare per verità è in realtà una menzogna, considero quella persona meno furba di me o incapace di fare il furbo. In altre parole considero la bugia nella sua accezione negativa, perchè la considero una mancanza di rispetto nei confronti degli altri e penso siano davvero poche le bugie dette a fin di bene, le uniche che potrei connotare positivamente.
Riporto alcuni passi dell'articolo citato prendendo le mosse dai pensieri di
Nietzsche che diceva: "
L'intelletto, come mezzo per conservare l'individuo, spiega le sue forze principali nella finzione", e di
Platone che sosteneva che "
Mentire coscientemente e volutamente ha più valore che dire involontariamente la verità"Perché chi dice la verità conosce solo quella, mentre chi mente conosce la verità e la sua alterazione. E alterare la verità non è cosa facile.
Occorre mettersi nei panni dell'altro, interpretare rapidamente le sue attese, studiare i suoi comportamenti ed evitare nel contempo di fare apparire troppo trasparenti i propri. Se questo non è un gioco di intelligenza... infatti non c'è pedagogista che non indichi nel gioco dei bambini l'esercizio più idoneo per lo sviluppo dell'intelligenza. Quel che i pedagogisti non dicono è che il gioco, ogni gioco, da quello dei cuccioli a quello dei bambini, non è altro che una serie di mosse per ingannare l'avversario, è un "far finta che" o, come si dice nel gioco del calcio, è un "fare la finta",accennare una condotta per poi intraprenderne un'altra.
Senza bugie molte specie, e soprattutto quella umana, che è la meno fornita di istinti e di difese naturali, difficilmente avrebbero potuto sopravvivere, al punto che gli etologi concordano, ma anche gli antropologi ne potrebbero convenire, che i "falsi segnali" sono sempre stati più vantaggiosi di quelli veridici per la conservazione e la selezione della specie. L'inganno dunque appartiene alla logica del vivente, anzi molto spesso è la condizione della sua vita. Ma siccome per ingannare bisogna essere almeno in due, la bugia non è solo il primo segnale dell'intelligenza, ma anche il primo veicolo della socializzazione. Chi dice il vero, infatti, è esonerato dall'entrare nella mente dell'altro, mentre chi mente non può esonerarsi da questo lavoro di intima penetrazione su cui si fonda ogni relazione sociale. Inoltre chi mente deve conoscere le aspettative di chi ascolta per poter anticipare ciò che l'altro vorrebbe sentirsi dire o per lo meno ciò che è già disposto a credere. Tutto ciò esige una rappresentazione della mente dell'altro oltre che un piano per manipolarla. I leader hanno questa virtù e per questo si differenziano dai gregari. Le informazioni che diffondono con i mezzi a loro disposizione non hanno lo scopo di istruire gli altri, ma di istruire se stessi sulle intenzioni degli altri per potere, al momento giusto, sottrarre loro ogni autonomia e ogni libertà di movimento.
I sondaggi di opinione non hanno lo scopo di sondare l'opinione della gente per poi venire incontro alle loro richieste, ma hanno lo scopo di sondare l'efficacia delle persuasioni che si è riusciti a diffondere con i mezzi di informazione. E qui siamo arrivati alla televisione con le sue fiction (le sue "finzioni") così tanto seguite dal pubblico. Ma dalla televisione possiamo passare a Internet dove, come ci ricorda Maria Bettetini, il reale sconfina nel virtuale, che non riproduce esattamente il reale, come ben sa chi cerca l'amore in rete.
Accanto a loro e prima di loro c'è il cinema, il teatro, l'arte, la letteratura il cui scopo, come scrive
Oscar Wilde, è di "
narrare delle cose non vere", perché è proprio della cultura inventare la realtà e non sottomettersi, come invece vorrebbero i sostenitori del "sano realismo", a cui manca qualsiasi forma di immaginazione per ipotizzare che la realtà potrebbe anche essere diversa da quella che è. Ma per immaginare, per mentire, per ideare scenari diversi da quelli esistenti occorre uno sdoppiamento della coscienza capace di far convivere, come in una scena di teatro, la condizione mentale dell'ingannatore e dell'ingannato. Queste condizioni mentali possono anche riunificarsi come nel caso dell'autoinganno che
Cartesio, ben prima della psicoanalisi, aveva descritto ne Le passioni dell'anima, dove l'idraulica degli impulsi, degli stimoli e delle passioni poteva far credere alla mente che le cose sono come l'ordine pulsionale desidera che siano. Tirata all'osso, la psicoanalisi non è altro che lo svelamento dell'autoinganno, quindi l'apertura della coscienza che si rende conto, come diceva
Freud, di "non esser padrona in casa propria", perché la gran quantità dei pensieri che elabora sono razionalizzazione di desideri inconsci. Lo stesso diceva
Marx a proposito dell'ideologia: "Le idee dominanti sono le idee della classe dominante". E lo stesso diceva Nietzsche quando, nella Genealogia della morale, indicava i vizi sottesi alle virtù e mascherati dalle virtù.
Il fatto che Marx, Freud e Nietzsche siano stati bollati da Giovanni Paolo II come "filosofi del sospetto" significa solo che la cultura religiosa preferisce le coscienze opache, appollaiate nella "verità" che giunge dall'alto, e non le coscienze articolate che vivono la drammaticità di ospitare ad un tempo la "verità" e la consapevolezza del suo essere "finzione".