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Piero Barbetta ha 43 anni. Sposato, due figli già grandi. E' un operaio della ThyssenKrupp da 12 anni. Ora in cassa integrazione. Sta appena superando i postumi di una grave depressione. E’ l'uomo che, all'una e 43 secondi, con il suo cellulare, ha chiamato prima il 115 e poi il 118. Arrivato nell'inferno della linea 5, pochi minuti dopo il rogo, assieme a due poliziotti del 113, i primi ad arrivare alla Thyssen. La telefonata dura 6 minuti e 54 secondi. Sullo sfondo, si sentono le urla dei colleghi ustionati. Questa è la storia di un non-eroe: uno che non ha voluto comparire nei talk show o rilasciare interviste. Ha preferito il silenzio. L'incontro avviene in un bar, all'ingresso di un ipermarket della zona Nord. Le mani di Piero tremano. La voce si abbassa, per pudore, quando si sofferma sui particolari più atroci. Scorrono lacrime. Piero se ne va. Una stretta di mano e via, sulla sua vecchia Honda 500.
La telefonata al 118. Fu la prima?
«Gli inquirenti mi hanno detto di sì. Comunque la prima che delinea cos’era veramente accaduto…».
Provò con il 115…
«Mi rispose una voce registrata che non potevano perché impegnati in altre emergenze. I secondi, i minuti passavano e allora ho fatto il 118…».
Partiamo dall'inizio.
«Lavoro nella linea 4, poco prima dell'una si ferma tutto. Un guasto all'impianto elettrico. Avevamo una procedura da seguire. Dico al mio capo: prendo la bici e vado a vedere se riesco a farla ripartire. Vedo Boccuzzi, anche lui in bici. Urla: "E' successo un incendio, venite“. E’ sconvolto. Mi dirigo con la bici verso la “5”. Mi avvicino… l'ondata di calore è forte, supero una cosa che mi sembra un sacco nero… è uno dei nostri... Ci sono gli altri. Sono nudi, i vestiti bruciati... Solo Rodinò ha il collo alto del maglione intatto... Li aiuto a spegnere le ultime fiamme, le scarpe, nei residui di tute... Non so descrivere con parole umane: sono in piedi, calmi; Marzo, il caposquadra, è seduto su una balaustra di ferro. Mi riconosce: "Piero, dimmi, ho il volto tanto bruciato?". Non rispondo. Chiamo il 118. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi agli ustionati».
Lasciati soli, dunque?
«No, soli no. Eravamo tutti consapevoli del loro stato… posso dirlo? Meglio, per loro e le famiglie, se fossero morti subito…. Avevano perso sensibilità, non sembrava che avessero male… Io mi sono tolto il mio giubbotto multi-tasche, l'ho messo sulle spalle di uno, così, per istinto. Non sapevo nemmeno io. Urlavano: "non voglio morire…". Ho chiamato il 118, ho chiesto di mandare ambulanze… Intanto cercavo di mandarli in infermeria, almeno. Non potevano stare lì».
Dopo, cosa accadde?
«Arrivano i guardiani, altri operai, gli operatori sanitari… I feriti vanno in ospedale, passa un'eternità. Restiamo noi, a guardarci negli occhi, a cercare di capire. Il flessibile usurato, la pressione, l'olio che vaporizza e si trasforma nella palla di fuoco. Gli incendi erano all'ordine del giorno... noi, alla 4, lavoravamo sempre con gli estintori vicino. Qualche volta, vuoti».
Ma lei aveva paura che, prima o poi, accadesse qualcosa del genere?
«Devo essere sincero: no. E' stata una tragica fatalità, resa possibile dal clima di questo stabilimento, destinato alla chiusura. Perché tutti vicini? Stavano spegnendo, come già mille volte. Io sono arrivato 7, 8 minuti dopo. Quello che ho visto non potrò mai dimenticarlo».
Ci sono stati episodi, diciamo, di eroismo, ricostruzioni ad alto tasso emotivo. Tutto vero?
«Penso che quella notte alla Thyssen non c'erano eroi, c'erano uomini sconvolti dal dolore e dalla rabbia. Impotenti. Ringrazio il cielo di non essermi trovato faccia a faccia con il direttore dello stabilimento. Gli sarei saltato addosso».
Poi?
«Alle 6 della mattina ho varcato per l'ultima volta, da operaio, il tornello. Per non passarci mai più. I giorni successivi sono stati un tormento. La depressione: quella vera, che si cura con i farmaci. Anche adesso, con mio figlio che ha 18 anni, mi viene il desiderio di raccontare perché suo padre è cambiato».
Tanti suoi colleghi, sindacalisti, lo choc lo hanno superato in fretta, tra talk show e interviste. E lei?
«Mi hanno invitato in tv. Ho detto sempre di no. Avevo come una specie di buio in testa, si alternavano pensieri. Da una parte l'umiltà. Chi ero io per mettermi in mostra? Quella telefonata, quel tentativo di dare ordine ai soccorsi, è stata una così misera cosa. Che avrei dovuto raccontare? Ma la verità di quella notte no, non si può cambiare. Dall'altra, il rispetto per i miei morti. A febbraio mi hanno chiamato due giornalisti, stanno scrivendo un libro. Ho collaborato con la Rai. Il mio nome è emerso dalle carte giudiziarie».
Ha parlato con le famiglie delle vittime?
«Mai. Sono andato ai funerali. Avrei voluto raccontare dei loro cari... non ci sono riuscito. Sono rimasto tra la folla. Uno dei mille. Come mi sento? Ho immagini spaventose. I miei amici... Marzo, gli altri… Con Rodinò giocavo a pallone… In Thyssen erano entrati lavoratori privi di preparazione. Ma quelli della "5" no. Erano i migliori, esperti, uniti. Ragazzi splendidi».
Come sta, oggi?
«Meglio. Sono sotto farmaci. Rievocare quella notte mi provoca un forte sgomento. La mia vita è cambiata. C'è un "prima" e un "dopo". Sulle scelte dei miei compagni e dei sindacalisti, anche di natura politica, non ho nulla da dire».
Ha trovato un nuovo lavoro?
«Nessuno. Sono in cassa integrazione. Si è parlato tanto di solidarietà, ma per la maggioranza di noi non è successo nulla».
E il sindacato?
«Mi hanno cercato una volta. Per il processo. E stop».
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