di Gioberto il 20 feb 2006, 0:43
Introduzione
I tentativi di caratterizzazione oggettiva dei vitigni, al fine di giungere alla definizione
di precisi "fingerprint" di riconoscimento, si sono concretizzati in questi anni attraverso
i metodi dell'analisi biochimica e dell'analisi multivariata (Schneider, 1988). In
particolare è stato utilizzato lo studio di alcune macromolecole strettamente legate al
controllo genotipico, quali le proteine e di alcuni composti del metabolismo secondario come
le sostanze volatili, gli acidi fenolici e gli antociani (Hegnauer, 1961; Turner, 1969;
Stace, 1980; Thorne, 1976, 1981; Cronquist, 1980; Kubitski, 1984).
Nelle viti in particolare, il profilo antocianico è stato utilizzato ai fini tassonomici da
Ribereay-Gayon et al. (1955), Singleton-Esau (1969), Di Stefano-Corinò (1984), Scienza et
al. (1986), quello proteico da Schafer (1969), Drawert-Muller (1973), Wolfe (1976), Feiullat
et al. (1979), Boselli et Al. (1986), Cargnello et al. (1988), Bachmann (1989).
I risultati raggiunti da queste ricerche possono, tra l'altro, essere utilizzati negli studi
di filogenesi della vite, affrontati fino ad ora, con risultati modesti, attraverso gli
strumenti dell'indagine storiografica (Roy-Chevrier, 1900) e ampelografica (Levadoux, 1856).
Uno dei problemi ancora irrisolti riguarda l'origine dei vitigni coltivati e i rapporti di
parentela genetica che questi presentano con le viti selvatiche.
Secondo Levadoux (l.c.) i vitigni attualmente coltivati in Europa sono il risultato della
pressione glaciale del quaternario, operata verso le zone meridionali del continente. Si
sono così formati due centri di diffusione della vite, uno mediterraneo, che ingloba le
grandi penisole e le isole del Mediterraneo, l'Asia Minore, il Nord Africa e l'altro
caspico, che corrisponde alle regioni montuose comprese tra il Mar Nero e l'India (De
Lattin, 1939).
Questa ipotesi modifica in parte quella di Vavilov 1926 (1930) che ipotizzava un solo centro
d'origine delle viti, localizzato nella zona del Mar Caspio. Da un punto di vista genetico i
vitigni oggi coltivati hanno tratto origine della Vitis vinifera silvestris autoctona, dalla
Vitis v. sativa di origine asiatica e da fenomeni di introgressione genica di quest'ultima
nella Vitis v. silvestris (Rives 1962). De Lattin (l.c.) distingue, infatti, una vite
selvatica di tipo occidentale e mediterraneo, detta silvestre, e una vite selvatica di tipo
armeno e sub caspico, detta caucasica, dalla quale provengono gran parte dei vitigni oggi
coltivati in Europa.
Levadoux (1954) rifiuta peraltro la distinzione tra Vitis v. sativa e Vitis v. silvestris,
da lui ritenute due tappe evolutive di una stessa specie, la Vitis vinifera, la cui
evoluzione è iniziata prima in Grecia e nel sud dell'Italia per un'azione antropica più
precoce e per le migliori condizioni ambientali.
Per lo stesso autore il Pinot nero, il Cabernet franc, il Riesling e tanti altri sono dei
vitigni arcaici o vitigni lambruschi, esempi di una selezione fatta nella Francia
settentrionale, partendo da popolazioni selvatiche locali. Da questi tipi sono derivati
altri vitigni che costituiscono i cosiddetti gruppi o famiglie geografiche (i Noriens, le
Folles, i Cots, ecc.).
In Italia ed in diverse zone europee è stata attestata l'esistenza di popolazioni di vite
selvatica: Longo (1921), Franchini (1935), Negri (1937), Scienza (1983; 1985; 1988) Anzani
et al. (1989), Levadoux (l.c.) nei Bassi Pirenei, Schumann (1968; 1974) in Renania, Turkovic
(1962) in Slovenia e Croazia, Jacop (1978) in Romania, Terpò (1976) nei Carpazi ungheresi,
Alleweldt (1956) e Shumann (1977) in Turchia, Logothetis (1962) in Grecia, Negrul(1960) in
Georgia e Armenia.
Di viti selvatiche si parla peraltro già diffusamente nei testi antichi.
Teofrasto chiama la vite selvatica Agria ampelos (IV-III sec. a.C.), analogamente a
Dioscoride, medico greco del I secolo a.C., che usa lo stesso termine per distinguerla dalla
Oenophoros ampelos, la vite coltivata.
Virgilio nelle "Ecloghe" e Plinio il Vecchio nella sua "Naturalis historia" usano per primi
il nome Lambrusca per denominare la vite selvatica. Altri autori usano questo termine, che
secondo il Sereni (1981) è di origine paleoligure, per distinguere le viti selvatiche da
quelle coltivate. Tra questi si possono citare Pier Crescenzi (1495), Soderini (1622),
Villifranchi (1773), Mendola (1868), Incisa (1864), Di Rovasenda (1877).
Che la Vitis v. silvestris sia di origine molto antica e appartenente alla flora spontanea
europea e non sia, come qualcuno afferma, un'espressione delle viti selvatiche postcolturali
o subspontanee, lo dimostra anche l'etimologia del termine labrusca (o lambrusca) che con la
formante paleoligure in - sca o - usca e il sostrato mediterraneo lapis, che colloca la sua
origine non solo in epoca prelatina ma addirittura anteriore alla colonizzazione etrusca e
alla dominazione dei Celti.
Tale vocabolo si ritrova, infatti, sia nelle parlate italiane, provenzali e francesi che nel
catalano llambrusca e nel rumeno laurusca. Inoltre la presenza della Vitis v. silvestris è
precedente a quella della Vitis v. sativa. Infatti i reperti di vinaccioli raccolti nelle
palafitte e nelle terra-mare di alcune stazioni preistoriche italiane, risalenti all'età del
bronzo, appartengono alla Vitis v. silvestris, mentre i semi della Vitis v. sativa compaiono
più tardi, nel corso dell'età del ferro.
Vi sono inoltre numerose diversità morfologiche e di comportamento che fanno escludere
l'origine della Vitis v. silvestris dall'inselvaticamento della Vitis v. sativa, tra le
quali la più nota, è la dioicia.
Particolare attenzione ai fini dell'apporto della vite selvatica al patrimonio viticolo
attuale va riservata al valore semantico assunto da alcuni continuatori del termine labrusca
e cioè non più quello di vite selvatica ma invece di particolare varietà di vitigno
coltivato con il nome di lambrusco. Non è facile risalire, in base alle attuali conoscenze,
a quando è avvenuta la generalizzazione del termine lambrusco alle viti coltivate. Dalle
rassegne bibliografiche della prima metà dell'800 appare che la coltura dei Lambruschi era
confinata in un'area limitata ad alcuni settori del Piemonte (Crouet), della Lombardia (uà
ssalvadega), del Veneto (oselina), dell'Emilia e della Toscana (abrostino, raverusto).
Con questi termini si designavano un gruppo di vitigni, talvolta anche tra di loro molto
diversi ma che avevano in comune la rusticità, il viraggio al rosso delle foglie in autunno,
gli acini radi, più o meno piccoli ma molto colorati. I vini che originavano erano piuttosto
aspri e le piante presentavano un portamento vegetativo che doveva essere assecondato da
forme di allevamento espanse, come ad esempio quelle offerte dai tutori vivi (Sereni, l.c.).
La prima distinzione tra i diversi Lambruschi è dell'Acerbi (e.c.).
A conferma della genericità del termine lambrusco nella designazione di una varietà, si
ricorda che Molon (1906) elenca e descrive 56 lambruschi, distinti tra loro per luogo di
provenienza o di coltivazione, per persone o famiglie che ne avevano operato la
domesticazione o per alcune caratteristiche del grappolo o delle foglie.
L'origine geografica di questi Lambruschi è molto varia: Piemonte, Liguria, Lombardia,
Veneto, Emilia, Toscana. Sono considerati sinonimi di Lambrusco i termini: Ambrusca,
Lambruschetta, Lambruscone, Abrostola, Lambruschino, Abrostine, Raverusti, Vaseline,
Tirodola, Uva colore, Croetto, Grappelli, ecc..
Nelle diverse raccolte ampelografiche alle quali aveva attinto il Molon (l.c.) non è mai
citato però il Lambrusco a foglia frastagliata.
Cosmo et al. (1952-1960) nella descrizione ampelografica di questo vitigno ipotizzano una
sua origine emiliana, ma affermano anche che questa varietà non è mai stata riscontrata o
coltivata in quella regione.
Del Pero (1981) ritiene che questo vitigno fosse presente nei comuni di Avio e Ala fino dal
1800 con il nome di Lambrostega o Nostrana e che era apprezzato per la sua rusticità e
resistenza ai freddi invernali. Dalla sua vinificazione si ottenevano dei vini rossi e
rosati molto apprezzati anche all'estero, come dimostra l'esportazione verso l'Austria di
4000-5000Hl/anno, favorita dall'apertura del valico del Brennero ai trasporti per ferrovia,
avvenuta nel 1865.
La forma di allevamento di allora era la piantata con tutore vivo, tipica espressione di una
viticoltura promiscua.
Le prime analisi di mosti e di vini documentabili, risalenti al 1922, confermano le buone
caratteristiche qualitative del vino di questo vitigno, riassumibili nelle gradazioni
alcoliche elevate, accompagnate da una buona acidità e colore intenso.
Materiale e metodo
L'indagine riguarda il confronto fra il Lambrusco a foglia frastagliata e alcuni vitigni
scelti in base a criteri di carattere storiografico o per origine geografica (AA.VV., 1980)
o per caratteristiche morfologiche.
Da sottolineare che il confronto è avvenuto anche con viti selvatiche individuate sin dal
1984 sul lato destro e sinistro dell'Adige, nella valle dell'Aviana (Avio) e in loc.
Vallarom (fra Masi e il Vò). I siti dove sono state localizzate le viti selvatiche sono
compresi in una fascia altimetrica di 300-600 m. s.l.m.; la descrizione delle viti è
riportata in Angari et al. (1989).
I vitigni utilizzati per il confronto con il Lambrusco a foglia frastagliata sono stati i
seguenti: Barbera, Cabrusina, Casetta, Ciliegiolo, Corvina, Demela, Dindarella, Groppello,
Lagrein, Lambrusco di Alessandria, Lambrusco grasparossa, Lambrusco Maestri, Lambrusco
Marani, Lambrusco Oliva, Lambrusco salamino, Lambrusco di Sorbara, Marzemino, Molinara,
Moscato rosa, Nebbiolo, Negrara, Oseleta, Oselina, Pelara, Pormela, Quaiara, Rondinella,
Rossara, Rosetta di montagna, Rossignola, Schiava gentile, Schiava grossa, Simesara,
Teroldego, Trollinger.
Il lavoro si è svolto attraverso indagini fillometriche e carpologiche, analisi del profilo
antocianico e l'analisi del profilo elettroforetico delle proteine dell'endosperma di
vinacciolo; indagini che per brevità non sono riportate.
Conclusioni
Le tecniche di riconoscimento e di classificazione varietale, riconducibili all'ampelografia
descrittiva e all'analisi biochimica sono apparse molto efficaci per studiare il grado di
similarità tra i vitigni indagati. L'analisi della varianza applicata a 13 indici
fillometrici e carpologici ha consentito una buona differenziazione tra i vitigni.
Gli indici più importanti sono risultati essere la dimensione della foglia, la lobatura,
l'ampiezza del seno peziolare (coefficiente d'allungamento inferiore) e il rapporto
larghezza/lunghezza.
Attraverso l'analisi discriminante si è potuto così classificare correttamente il 97% delle
foglie nell'attribuzione ai rispettivi vitigni.
In particolare hanno presentato indici fillometrici molto caratteristici il Lambrusco a
foglia frastagliata, il Lambrusco grasparossa, la Rondinella e il Bombino.
Per la morfologia fogliare il Lambrusco a foglia frastagliata e il Lambrusco grasparossa si
differenziano notevolmente dagli altri Lambruschi. Il primo per il parametro "lobatura" ed
il secondo per il parametro "forma".
L'analisi a grappolo ha suddiviso i vitigni considerati in due gruppi, in base alla forma e
alla lobatura delle foglie. Manifestano un elevato grado di similarità per quanto riguarda
la forma della foglia le viti selvatiche, il Groppello, il Bombino, la Rondinella da una
parte e dall'altra i Lambruschi e il Ciliegiolo, mentre per la lobatura il Lambrusco a
foglia frastagliata, la Rondinella e il Bombino rispettivamente nei confronti del Nebbiolo,
Groppello e le viti selvatiche del Nord Italia e i Lambruschi, il Ciliegiolo e la vite
selvatica del Centro e del Sud Italia. Analogamente si è potuto suddividere i vitigni
identificati in quattro gruppi principali attraverso la morfologia dei vinaccioli. La coppia
più simile per i caratteri "larghezza" e rapporto "lunghezza/larghezza" sono apparsi il
Teroldego e il Ciliegiolo, mentre all'interno del gruppo dei Lambruschi la forma del seme ha
evidenziato una notevole eterogeneità.
I metodi biochimici (analisi del profilo antocianico delle bucce ed elettroforetico delle
proteine) applicati su una popolazione di vitigni più ampia e non sempre coincidente con
quella utilizzata per le misure fillometriche e carpometriche, hanno evidenziatola
peculiarità del comportamento del Lambrusco a foglia frastagliata nei confronti sia nei
Lambruschi emiliani che dei vitigni trentini (Marzemino, Teroldego, Lagrein) che invece sono
compresi in un unico raggruppamento veneto-padano. Appare invece evidente la somiglianza di
questo vitigno della Vallagarina con alcuni vecchi vitigni veronesi quale la Rossetta di
montagna e la Forcellina, reperiti nella Valle dell'Adige in località molto vicine
geograficamente al Basso Trentino, quali Rivoli Veronese, Affi, Cavaion. Una buona analogia,
inoltre, è stata verificata con le analisi delle sequenze enzimatiche tra il Lambrusco a
foglia frastagliata, la Dindarella, la Rondinella e le viti selvatiche trovate ad Avio.
Sebbene non sia facile trarre delle conclusioni definitive su un argomento di grande
complessità qual è quello della filogenesi, attraverso gradi di approssimazione al problema
crescenti, passando dall'indagine fillo-carpometrica a quella biochimica, è possibile
evidenziare una notevole coincidenza nei risultati ottenuti dai diversi metodi di indagine,
relativamente alla non appartenenza del Lambrusco a foglia frastagliata al gruppo dei
Lambruschi emiliani, ai quali invece appaiono molto simili altri vitigni trentini quali il
Marzemino, il Teroldego e Lagrein. Per contro una grande analogia sia morfologica che
biochimica presenta il Lambrusco a foglia frastagliata con alcuni vecchi vitigni veronesi,
non più in coltura e con le viti selvatiche trovate allo stato spontaneo nei dintorni di
Avio. Ciò consente di affermare che il Lambrusco a foglia frastagliata è verosimilmente un
vitigno autoctono della Bassa Valle dell'Adige e appartiene geneticamente a un gruppo di
vitigni originari delle morene glaciali che si trovano a cavallo della depressione del Lago
di Garda e del solco vallivo dell'Adige, con forti legami filogenetici con le viti
selvatiche nella Valle dell'Aviana e del Vallarom, nel comune di Avio. Nessun grado di
parentela è invece dimostrabile con i Lambruschi emiliani e con gli altri vitigni trentini
saggiati, quali il Teroldego, il Lagrein ed il Marzemino.
La ricerca suesposta chiarisce in maniera inequivocabile che il Lambrusco a foglia
frastagliata non è ascrivibile alla famiglia dei Lambruschi emiliani, ma che invece è senza
dubbio un vitigno autoctono della Vallagarina.
Lo studio ha quindi permesso, nel 1992, di cambiare il nome di questa preistorica varietà.
Ma allora come si è arrivati al termine Enantio?
Le ricerche storiche ci dicono che già Dioscoride cita l'Oenanthè, cioè una pianta di vite
da fiore; si trattava della Vitis silvestris a fiori maschili e quindi non produttiva.
Plinio, storico romano del I° secolo d.c., chiarì che esisteva anche l'Oenanthè fert o
Vocatur oenanthium a fiori femminili e perciò fertili, uviferi. Nella sua "Naturalis
historia" parlando di viti selvatiche e coltivate, scriveva: "Labrusca hoc est vite
silvestris, quod vocatur oenanthium", ovvero una vite selvatica chiamata Enantio.
Bacci, nella sua "Storia naturale dei vini", edita a Roma nel 1560 (vol. VI), parlando dei
vini ottenuti in Vallagarina, affermava che in queste terre veniva prodotta l'uva lambrusca,
dalla quale derivano i vini enantini.
Di qui, quindi, l'idea di ribattezzare il nostro vitigno autoctono per eccellenza con il
nome di Enantio.
Al centro della nuova politica vitienologica e di sviluppo territorio intrapresa dal
Consorzio di Tutela Vini "Terra dei Forti", l'Enantio gioca un ruolo fondamentale, proprio
perché rappresenta la diversità che ci permettere di caratterizzare il nostro territorio, di
comunicare un qualcosa di nuovo e di importante, di unico, che nessuno ci può sottrarre.
In questo senso l'Enantio deve assumere la funzione di "medium", in grado di comunicare non
solo cultura materiale, tradizione, emozione, sapori, profumi, ma anche di generare valore
nel territorio, innescando addirittura inattesi germi di imprenditorialità.
Una particolarità, l'Enantio, che, attraverso un più ampio progetto di valorizzazione
territoriale, è in grado di attirare il visitatore e i media, distribuendo nuova ricchezza
in Terra dei Forti; l'Enantio, quale "medium" (ovvero giacimento) può illuminare un
territorio, rendendolo visibile e visitabile al turista.
Nel nuovo scenario emergente, il cibo ormai trascende la gola e il palato. La riscoperta
delle radici, l'interesse per la zona di provenienza, la sensibilità per gli aspetti
antropologici, il desiderio di conoscere la storia, la dimensione estetico-sensoriale si
sommano e vanno ad interferire con la gratificazione orale nell'apprezzamento del vino e di
tutti i prodotti tipici.
Il futuro del turismo anche in Terra dei Forti è di perseguire la "salvaguardia delle
specificità", di cui il vino è uno degli elementi cardine; il turista, infatti, attraverso
un'offerta enogastronomia territoriale può compiere un passo decisivo fuori della sua
appartenenza, stabilendo relazioni e avviando comparazioni culturali all'interno delle
comunità con cui entra in contatto.
Il vino, la cucina e l'alimentazione appaiono come i terreni sui quali si gioca il conflitto
più generale tra la dimensione globale e quella locale.
A noi la capacità di saper cogliere questa nuova opportunità!
Paolo Castelletti
Bibliografia:
- "Le possibili analogie tra il Lambrusco a foglia frastagliata , alcuni vitigni coltivati e
le viti selvatiche del basso trentino" di A. Scienza, O. Failla, R. Anzani, F. Mattivi, P.L.
Villa, E. Gianazza, G. Tedesco, U. Benetti.
- "Naturalis histroria" di G. Plinio Secondo, detto "il Vecchio".
- "Stroria naturale dei vini" di A. Bacci.
- "Origini della vite e della viticoltura" di M. Fregoni.
- " Le popolazioni selvatiche e coltivate di Vitis vinifera L." di L. Levadoux.
- "Le viti spontanee in Vallagarina" di A. Scienza, O. Failla, R. Anzani.