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Universiadi: partiti!

Si parla d'Arte e Letteratura, recensione di Libri e Favole

Messaggiodi arvalin il 19 gen 2007, 22:45

2700 atleti di 52 Paesi
in gara per 10 giorni
sperando nella neve
MARCO ANSALDO
TORINO
Che la danza propiziatoria dei Negrita, suonata alla fine della cerimonia inaugurale, porti all’Universiade di Torino l’unica cosa che manca: la neve. Il resto arriverà, anche l’entusiasmo e la partecipazione della gente, che ieri ha quasi riempito il PalaIsozaki: la lezione delle Olimpiadi ha insegnato che la città fatica ad accendersi, poi lo fa con una convinzione straripante e qui siamo già un pezzo avanti come dimostrano i 100 mila biglietti già venduti e il tutto esaurito in tante prove. Non trovare più un posto per una partita di hockey tra la Corea e gli Stati Uniti vorrà pur dire qualcosa. Ma la neve non si può attrarre con le gare e i concerti, al massimo la si spara con i cannoni che hanno cercato di dare una veste invernale alle montagne. Dicono che le gare, a Bardonecchia, dove oggi si comincia con lo slalom gigante, a Pragelato e a Cesana Sansicario, saranno regolari e con un fondo dignitoso, non la pappa molliccia che ha falsato le ultime prove di Coppa del Mondo, tuttavia lo sforzo è enorme e non c’è difesa se non nella chimica contro l’inverno più mite di cui ci si ricordi.

Il respiro olimpico è affannoso per le preoccupazioni suscitate dal tempo. L’evento invece è grandioso. Fino al 27 gennaio, Torino ospita 2.700 atleti di 52 nazioni, molti più di ogni altra edizione, ed è anche questo un omaggio a Primo Nebiolo, l’uomo che nel ’59 inventò i Giochi per gli studenti universitari tra i 18 e i 28 anni prima di creare l’atletica spettacolo con una federazione internazionale che aveva più Paesi aderenti di quante fossero quelli riconosciuti dall’Onu e la Palestina prima degli altri. Lo hanno ricordato, Nebiolo, nella cerimonia, sulle note di «Gaudeamus igitur» e nelle parole della moglie Giovanna, la presidentessa del comitato organizzatore che ha letto il messaggio di benvenuto prima che il ministro per l’Università e la ricerca, Fabio Mussi, pronunciasse in un inglese non proprio oxfordiano, la formula dell’apertura delle ventitreesime Universiadi che tornano in queste terre per la quarta volta. L’ultima fu nel 1970, edizione estiva, e portò in città una voglia irrefrenabile di sport e aprì il decennio magico nel quale a Torino si praticava di tutto e ad altissimo livello.

Oggi lo sport ristagna. Le Olimpiadi hanno lasciato un’eredità di grandi emozioni, notti folli e impianti di straordinaria bellezza. Il messaggio agonistico però non si è fermato. Del polo del ghiaccio non c’è traccia, nelle valli l’unico rinnovamento lo dà la pista di bob e slittino che si è aperta al pubblico, 70 euro e provi una discesa, e si fatica ad accontentare tutti i ragazzi che vogliono iscriversi alla scuola per piloti. Il resto è piatto. L’Universiade affidata al Cus di D’Elicio prova con una seconda scossa. L’hanno simboleggiata Gigi Buffon e Andrew Howe nel siparietto goliardico, da finti lottatori, che è stato un momento della cerimonia e non ha rassicurato i tifosi juventini sulle condizioni del loro portiere: si muove a fatica e non si è neppure levato il mantello per non mostrare la fascia da dottor Gibaud con cui tenta di riparare la schiena.

Tuttavia Buffon si è divertito, almeno quanto si è emozionato Livio Berruti a percorrere il giro di pista, che non sono i duecento metri con curva che l’hanno reso immortale a Roma nel ’60, ma sicuramente il percorso gli è sembrato più lungo fino al tripode che ha acceso da ultimo tedoforo. Il giuramento l’ha letto Francesco Ghedina, nipote dell’ex discesista Kristian e medaglia universitaria nell’ultima edizione a Innsbruck. Enrico Fabris (che rinuncia oggi ai 5 mila metri di pattinaggio sulla pista dove trionfò in febbraio) ha portato invece la bandiera italiana nella sfilata in cui la rappresentativa azzurra non sembrava quella del Paese ospitante, schiacciata per numero e vivacità dai gruppi di Cina e Canada, che saranno sede delle prossime Olimpiadi e avrebbero mandato qui pure i ragazzini dell’asilo per mostrare al mondo quanto lo spirito di De Coubertin li abbia profondamente pervasi. La solita operazione di marketing.

Coreografie, saltimbanchi, una breve performance di Arturo Brachetti, Platinette vestita di bianco, musiche sparate a palla, tribune che vibravano ed era un prodigio del «jetlag» che il collega cinese vicino a noi si abbioccasse con la testa ciondoloni in quel fracasso: insomma è stata una cerimonia carina e vivace, di nessun confronto con lo spettacolo hollywoodiano allestito un anno fa nel vicino stadio Olimpico e non era il caso che lo si cercasse. L’Universiade ha un’altra storia, un altro budget, altri obiettivi e un altro spirito. Sarebbe già perfetta se arrivasse la neve. Ieri l’hanno invocata nella cerimonia, la Principessa delle nevi aveva la silhouette di Magda Gomes. Bellissima da perderci il sonno ma non ci si può sciare sopra.


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